Archivio per gennaio, 2009

Napolitano-Di Pietro: un corto circuito mediatico

sabato, gennaio 31st, 2009

L’Italia è asfissiata e sclerotizzata. L’informazione italiana ha qualche problemino.

Di Pietro nella manifestazione di Piazza Farnese per il sostegno ai magistrati della Procura di Salerno sottoposta a trattamento di Ciesseemmizzazione coatta sostiene animatamente i suoi temi politici: no al lodo Alfano, no ai terroristi “cattivi maestri” degli anni ’70 che oggi fanno i “saputoni” in giro, no all’oblio per le vittime di mafia.
Un’accorata arringa sociale, un condivisibile o meno discorso politico di quelli di una volta, di quelli che si facevano sulle piazze. Che si condivida o meno, appare molto sostenibile l’idea che il suo discorso sia stato (volutamente?) frainteso, per colpa del circuito mediatico da esso originato con suoi annessi Big Problems così bene descritti da Peter Gomez qui.

Perchè?
Il discorso di Di Pietro in Piazza Farnese ha avuto una struttura logica alquanto semplice e lineare. Il politico richiama al bisogno di tutelare la libertà di parola, sostiene le sue idee circa l’attuale status giuridico delle alte cariche dello Stato, parla di tutela delle vittime di mafia, di necessità di coraggio civico per combattere la mentalità mafiosa. Un discorso che, in questi due ultimi argomenti, potrebbe benissimo essere quello del Capo dello Stato in uno dei suoi discorsi pubblici.

Se non fosse per la conclusione. Qui la gatta del corto circuito mediatico ci mette lo zampino.
Trascriviamo la conclusione “incriminata” del discorso dipietrista:
“Lo possiamo dire o no? Rispettosamente, rispettosamente…ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra (cosa, ndr). Il silenzio uccide, il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso”.

Il nostro silenzio sarebbe mafioso, complice. Poi è vero che tace anche Napolitano, e per Di Pietro è criticabile. Ma se noi tacessimo su questo silenzio, allora adotteremmo un silenzio menefreghista e complice. Questo dice Di Pietro. Un politico, anche il Capo dello Stato, può assumere atteggiamenti che una legittima critica può definire sbagliati. Ma astenersi dalla critica, è ancora più sbagliato.

Per caso è vietato sostenere che l’atteggiamento di silenzio dei cittadini verso cose che ritengono negative è sbagliato? Per caso è bestemmia, è eversivo, è estremista, sostenere che se la gente ritiene che qualcosa sia sbagliato, abbia il diritto e il dovere di parlare, manifestare, persino urlare, ma “senza bastoni”?

Ma ecco il corto circuito. Poco prima infatti è stato fatto rimuovere dalla Polizia uno striscione con su scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”. E Di Pietro si appella a Napolitano invocando la libertà di manifestazione del pensiero, garantita dalla Costituzione di cui il presidente è custode. Una libertà, evidentemente, che può permettersi un disaccordo civile anche contro i “silenzi” del Capo dello Stato. Un’opinione, perdinci.

Invece no. Parlare di silenzi del capo dello Stato è tabù.
Un’invettiva contro il menefreghismo invece va bene, ma se la fa un politico mainstream può anche parlare di silenzio omertoso nelle varie tavole rotonde antimafia. Se invece lo fa Di Pietro, ecco che da un’invettiva di carattere generale lanciata ai cittadini, a chi lo sta a sentire, si fa subito un collegamento capzioso, volutamente illogico, con la legittima critica lanciata poco prima al Capo dello Stato: “Il silenzio di Napolitano è mafioso”.
E invece no!!

“Il nostro silenzio su un silenzio, sarebbe complice, parente stretto del silenzio che uccide e ha ucciso”.

Un discorso di impegno civico, persino moderato, persino pacato, viene crocifisso e dipinto come estremista ed eversivo. Critichiamo tanto l’astensionismo, l’antipolitica, il menefreghismo dei giovani, e poi si crocifigge chi ci invita all’impegno.

Conta poco se l’informazione mediatica che lo dipinge come un discorso eversivo lo faccia deliberatamente, per incompetenza, per pregiudizio.
Secondo me in questo sillogismo sbagliato c’è un misto di pregiudizio antidipietrista, di pregiudizio positivo a priori per la presidenza della Repubblica (è ora di finirla, no? mica siamo in una teocrazia), di incompetenza di agenzie di stampa e redazioni varie, dettata dai ritmi frenetici dei giornali che si inseguono forsennatamente per essere alla fine tutti uguali.

Fretta, incompetenza, mancanza di riflessione logica, mancanza del giusto e sacrosanto ricorso alle fonti. A volte basta poco per andare a vedere veramente cosa abbia detto un politico. Ovviamente il circuito giornalistico funziona in gran parte grazie ai lanci d’agenzia. E proprio lì si creano i casini. La mancanza di approfondimento delle redazioni, la faciloneria di molti titolisti, le precise direttive politiche o le vaghe mancanze di amore verso quello che si fa, fanno il resto.

Questo corto circuito mediatico, menomale, una massa crescente di gente ha sempre più strumenti per svelarlo.

Pezzi di spaziotempo in mezzo al divenire

mercoledì, gennaio 28th, 2009

Non ci bagniamo mai nello stesso fiume, anche perché spesso sono sporchi e inquinati e ci vorrebbe coraggio

La più grande disdetta per dei pezzi di infinito come noi è quella di essere stati calati nel mondo, nel finito, nel mortale e nel deperibile. Ma anche il precariato è una bella rottura di coglioni…

Il nostro Essere è Eterno, anzi no, non è Eterno. La lottizzazione della Rai, quella sicuramente è Eterna.

Fare il giornalista, oggi, in Italia, è sempre più difficile. Non farlo è più facile ancora.

Il Tutto e il Singolo, l’Unità e il Molteplice, L’Unità e La Repubblica, Platone Plotino Plutone e Pluto. Plutocrazia, Democrazia, dittatura soft. Essere riformisti oggi??

Io so di non sapere. La Ragione non ha ragione di esistere, in un mondo dominato dal Caos. Però le tasse sul lavoro dobbiamo pagarle lo stesso. Cioè, pagare soldi prima ancora di riceverli. Per cosa, poi? Per uno scalone nel didietro o uno scalino che ci fa inciampare, o una finestra pensionabile che ci si apre davanti e in cui siamo tentati di buttarci, se non fosse che cadendo rischieremmo di trovare una proprietà privata che qualche Tar ci accuserà di aver violato…

Il mondo è dominato dal Divenire. Tutto torna, o se non torna chiamiamo “Chi l’ha visto”.

Il mondo concreto e quotidiano non esiste davvero, o meglio è indeterminato. Anche il potere d’acquisto di molti di noi.

Noi non esistiamo perché non essendo Eterni, non abbiamo vera vita, vero Essere. Essendo deperibili e mortali, mutando le nostre condizioni spaziotemporali da uno stato A ad uno stato B, poi ad uno stato C, e così via. Mutando le nostre condizioni di salute prima di accendere un telegiornale e dopo aver cambiato canale. Mutando il moto circolare dei nostri coglioni dopo che abbiamo visto il nostro datore di lavoro. Insomma, incanutendo e ingrassando, dimagrendo e vivendo erezioni cutanee ed eiaculazioni più o meno precoci, l’unica cosa certa è che siamo in perenne mutazione.
Anche la sicurezza del nostro posto di lavoro e del nostro reddito, dunque, è giusto che siano in mutazione.

Essendo in perenne mutazione, non possediamo l’Essere, non siamo Eterni, perché l’Eterno è fisso e immutabile. Dunque noi che non siamo fissi e non siamo immutabili non esistiamo veramente.
Siamo porzioni di spazio, frammenti di tempo, anelli di una catena di determinazioni cangianti nella unica realtà immutabile oltre l’Eterno, che è il Divenire.
Quindi ad essere perennemente immutabili, a ben vedere, sono due Grandi Cose, l’Eterno e il Divenire.
La terza cosa immutabile, probabilmente, è che ci siamo veramente rotti il cazzo di questo sistema di cose.

Pezzi di spaziotempo in mezzo al divenire. Attenti, che ve li tiriamo contro se ci passate sottomano.

Nuova Tangentopoli, vecchia Italia: la denuncia di Vulpio

martedì, gennaio 27th, 2009


DA RIVIERAOGGI.IT

La forza della passione civile, la voglia di informare su quello di cui tutti tacciono, la lotta contro un sistema di potere malato che ha sostituito la vecchia tangente alla gestione clientelare dei fondi europei e statali, in un Sud nel quale si verificano le stesse paurose magagne che si verificano nel resto d’Italia, ma di più.

Martedì 27 Gennaio ad Ascoli Piceno il locale Meetup degli Amici di Beppe Grillo organizza la presentazione del libro “Roba Nostra”, presso la libreria la Rinascita alle ore 18:00.

Vulpio sarà presente, introdotto dal giornalista di Riviera Oggi.it Oliver Panichi. Nei giorni successivi il video dell’evento sarà disponibile nella sezione media center della testata giornalistica di San Benedetto del Tronto.

Il giornalista del Corriere della Sera (al quale nello scorso dicembre il direttore Mieli ha imposto di non dare più copertura giornalistica alle vicende delle inchieste partite dal pm Luigi De Magistris) nel libro parte da una premessa che poi è l’intuizione dalla quale partono le inchieste Why Not e Poseidon, le due sottratte a De Magistris: dimenticate Tangentopoli, o almeno quella delle mazzette, quelle dei soldi sporchi che passano di mano in mano, e che magari alla fine finiscono in un water. Roba vecchia.

Oggi la nuova Tangentopoli si basa su fondi pubblici, soprattutto europei, che non arrivano in Italia e poi vengono spartiti, ma hanno già il timbro di appartenenza quando partono da Bruxelles. Un sistema malato, illuminato da inchieste penali che sono state abortite in maniera quantomeno discutibile. Un sistema malato in cui controllori e controllati, politici e imprenditori, sono le stesse persone. In cui magistrati si trovano a indagare in maniera perlomeno “blanda” a carico di persone che sono socie in affari con i propri figli (dei magistrati).

Insomma un sistema che, oltre alla sacrosanta rilevanza giornalistica, ha anche una rilevanza sociale, nel senso che contribuisce allo sfascio di regioni d’Italia bellissime, dalle quali nonostante i milioni di euro piovuti dall’Europa e dallo Stato le giovani generazioni sono costrette a emigrare. Non certo per colpa loro.

Il solenne tradimento: golpe giudiziario e mafia bianca

venerdì, gennaio 23rd, 2009

http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2642517&server=vimeo.com&show_title=1&show_byline=1&show_portrait=0&color=&fullscreen=1
Chi tocca il tasto sbagliato viene trasferito from Pandora TV on Vimeo.

Carlo Vulpio è un giornalista all’antica. Anche la storia della magistratura lucana e calabrese coinvolta dall’inchiesta Toghe Lucane del pm Luigi De Magistris (quando lavorava a Catanzaro) è una storia all’antica.
No, anzi, è una storia modernissima. Modernissima come può essere moderna l’insipienza, l’ingiustizia senza vergogna che rende piccoli piccoli tutti i precedenti. Moderna come può essere moderno un “golpe giudiziario” mai ricordato nella storia italiana, quello che sarebbe stato commesso da una Procura (quella di Catanzaro) che è stata indagata (siamo in uno stato di diritto) con gravi accuse. E che per ritorsione, invece di appellarsi ad altri magistrati, eserciterebbe l’azione penale e di polizia giudiziaria contro la Procura che la sta indagando (quella di Salerno).
Anzi no, un precedente c’è, e sarebbe gravissimo. E’ quello della Procura di Matera, composta da magistrati galantuomini che, sentendo il fiato sul collo di De Magistris durante la sua conduzione di Toghe Lucane, avrebbe deciso di reagire con questo metodo: indagare chi indaga su di te, controllare chi ti sta controllando, attaccare chi ti attacca.
Questo è fuori dalla grazia di Dio, in un paese democratico. Che poi per fare questo, come racconta benissimo Vulpio, si è costretti ad inventare un capo di imputazione delirante, inesistente (associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa), intercettare in modo subdolo il giudice che sta indagando contro di se’, “sbirciandolo” dalla serratura non direttamente ma nei suoi colloqui con i giornalisti (gravissima violazione del diritto alla segretezza delle fonti per i giornalisti) e con un capitano dei Carabinieri, beh allora non sorprende e non esorbita dal vero la definizione di golpe giudiziario usata da Vulpio.

Cos’è infatti un golpe? E’ la presa violenta del Potere, aggirando in maniera più o meno cruenta le regole dello Stato di diritto, scelte da una nazione e da un popolo per la propria vita collettiva, sulle quali opera e sulle quali si fonda proprio quello Stato che in teoria si dovrebbe difendere, se si è nella veste di magistrati. Uno Stato di diritto, si badi bene, grazie al quale la magistratura stessa esiste come potere autonomo dello Stato.

Una magistratura che compisse un golpe giudiziario, per quanto incruento (almeno nel senso letterale nel termine), rappresenterebbe un fatto inquietante. Rappresenterebbe il trionfo del corporativismo malato, la vittoria della mafia bianca. Cosa c’è infatti che può spingere i dignitari della Legge e i custodi della Costituzione a tradire così clamorosamente proprio quei principi sui quali giurano, e per i quali dovrebbero lottare ogni giorno, anche in forza del proprio carisma sociale e del giusto rispetto economico che ne deriva e che permette loro una vita agiatissima?
La risposta è che questa spinta al solenne tradimento potrebbe venire solo da una forza più forte, più sicura, più garantita e gratificante del rispetto della Legge e della propria scelta di lavorare come suoi custodi.
Questa forza è la mafia, la “mafia bianca”. Un concetto, non un nome proprio. Ma un concetto dalla potenza pienamente dispiegata.
Mafia senza coppola, senza bunker sotterranei e fughe nelle fogne come Giuseppe Setola. Mafia fatta di Potere e di accumulazione del Potere, di ossessione del Potere, di paranoia compulsiva da Potere. Una malattia che genera vincoli di fratellanza e istinti di difesa collettiva, che parte dall’essenza stessa della mafia. Cioè il rispetto assoluto verso una comunione di intenti tenuta in piedi dal Potere nel suo lato più oscuro. Un rispetto assoluto oltre la vita e la morte, oltre i propri solenni giuramenti, anche oltre le cose e le idee più giuste del cuore umano. Chi compie questo solenne tradimento è come un uomo che uccide il proprio padre per avere l’eredità. Chi compie questo solenne tradimento non ha coscienza.

Mafioso, in questa accezione, è colui che ama il Potere con ogni fine, mafiosi sono coloro che difendono questa voglia di Potere, mafiosi sono coloro che vivono questa corsa al Potere aggirando il potere legittimo che uno Stato ha dato loro. Una Mafia dentro lo Stato, una Mafia che si fa Stato annullando l’antiStato, perché è diventata più Stato dello Stato.

Per questo generano angoscia le vicende raccontate da Carlo Vulpio, se un giorno dovessero ricevere una conferma definitiva e inequivocabile. Se così fosse, sarebbe un venir meno della terra sotto i piedi, sarebbe un cielo nero quando si cerca la luce del sole. Sarebbe un solenne tradimento di una negativa potenza epica. Il Male non è nero come lo si dipinge, il Male è anche bianco, bianchissimo.
Il Male è uccidere tuo padre quando lui ti tende la mano perché ha bisogno di te. Questo, metaforicamente, potrebbe stare accadendo, ora e qui?

Blogosfera, ottimismo ma solo sui contenuti

lunedì, gennaio 19th, 2009

La ricerca di Liquida, portale di aggregazione e valorizzazione dei blog del gruppo Banzai, commentata sul blog di Massimo Russo, prende in esame 600mila post contenuti in 10mila blog in un arco temporale di 4 mesi (settembre-dicembre 2008). Nella top ten i primi posti sono occupati da Berlusconi e Obama (sono i tag più usati, gli argomenti più discussi). Escludendo i blog che trattano esclusivamente tematiche personali, avvicinandosi più a diari online, e che rappresentano la grande maggioranza dei blog, i temi più trattati in Italia sono politica interna (30% dei post pubblicati), seguiti da tecnologia e web (circa il 20%) e sport 8%.
Vabbè.

Una ricerca a campione, quindi non esaustiva per definizione, che può essere attaccata come ogni tentativo di riduzione della complessità, anche se almeno gli autori dell’inchiesta hanno l’onestà intellettuale di ribadire che non si tratta di una ricerca con valenza scientifica.
Per gli appassionati di tecnologie della conoscenza, sarebbe interessante discutere dell’utilizzo di tecnologie semantiche e statistiche proprietarie per individuare i tag, i personaggi famosi, i brand e i temi trattati nei testi campione.

Da un punto di vista di osservatore del mondo di internet, Russo conclude sostenendo che a parte i blog professionali o di nicchia l’apporto originale dei blog italiani sia molto ridotto e che la maggior parte dei post si limitino a riprendere, ripetere o al massimo rielaborare le voci della comunicazione tradizionale.
Sono d’accordo a metà, e in quella metà di accordo ho qualche dubbio. Intanto credo che Russo sbagli ad accomunare (cito testualmente) “vita vera, racconto, informazione, commento o riflessione originali”.

Sul piano dell’apporto informativo dei blog italiani Russo ha ragione, se per informativo intendiamo informazioni rilevanti per una gran parte di opinione pubblica. Ma non c’è da stupirsi. Non è che non esistano blog che sulla loro profondità di approfondimento e ricchezza della notizia diano i punti ai giornali tradizionali, anche nelle loro versioni online. Ci sono, ma sono pochi, i loro autori sono poco o nulla retribuiti. Ci sarà un motivo per cui il grosso dell’informazione giornalistica passa ancora per i canali tradizionali dei giornali e della Tv e della radio? Motivi economici, motivi organizzativi.
Posso apprendere contenuti informativi di grande interesse da un blog, ma è molto difficile che un blog abbia la continuità di un giornale online. Per quanto disprezzati e bisognosi di un nuovo modello di business e di produzione dell’informazione, i giornali sull’informazione anche online la fanno ancora da padrone. Non che sia giusto, ma oggi è così e ritengo lo sarà fin quando un blogger indipendente non avrà la possibilità di campare del proprio lavoro di blogger.

Sul piano di quello che Russo chiama “commento e riflessione originale”, beh credo che Russo abbia torto. O quantomeno pecca di riduzionismo. Esistesse anche un solo blog che fornisca interpretazioni e riflessioni di ottimo valore sull’esistente, sulla cronaca, sulla politica, sull’economia, beh allora Russo peccherebbe di ridurre la complessità a un giudizio troppo sintetico. E siccome questi blog esistono, allora Russo fa questo errore.

Sul piano della “vita vera” e del “racconto”, credo che Russo abbia più torto che ragione. Conosco poco la blogosfera dei blog cosiddetti “letterari”, ma per quel poco che ho visto è possibile trovare affianco a boiate autoreferenziali anche pezzi di vera scrittura. Il mezzo qui è il messaggio, e leggere letteratura su un blog per me è peggio che leggerla su un libro. Forse non è così per una certa “arte del frammento” rintracciabile in molti blog dai gustosi post con multiformi sapori e ragionamenti. Ma l’interesse in questa originalità, comunque, c’è. E c’è l’originalità, of course, perché questi testi sono prodotti per il web, per il blog. Sono scappatoie dall’editoria tradizionale, aperture verso una chiusura di questo mondo. Possono essere terapia personale e di gruppo. Sono diffusione della conoscenza. E li apprezzo già solo per queste caratteristiche.

Insomma, il pessimismo di Russo, paradossalmente, è anche il mio, nonostante la mia opinione sia in parte differente dalla sua. Ma non è un pessimismo sui contenuti, perché ritengo che sul web la moneta buona scacci la moneta cattiva e che gli utenti sappiano selezionare ciò che vale sul serio.

Il problema è in poche parole economico. Di sistema. Fin quando i blog rimarranno un utile passatempo, una terapia, una finestra di professionisti del giornalismo o di altri settori, un modo per riflettere pubblicamente ma solo quando si ha tempo o per fornire interpretazioni della realtà in modo non continuo ma occasionale, allora vorrà dire che dietro di loro non ci sono meccanismi retributivi, non c’è reddito.

Qualcuno ora potrebbe accusare me di riduzionismo, perché ci sono blogger lanciati dai loro siti online verso prodezze letterarie nell’editoria classica, o promossi al rango di opinion maker anche offline. Certo, e meno male che ci sono. Ma ora, scusate, il mio pessimismo di sistema rimane. Chi me lo toglierà sarà un bravo blogger. Bravo ma povero?

Invettiva Gomorra, il film

venerdì, gennaio 16th, 2009


da un
post interessante e complesso (mondo Napoli, non entro in esso. Ma leggetelo per ripensarne la portata extra localistica, magari ne riparleremo, della portata extra localistica…) di Jonkind apparso su Macchianera, una riflessione e un’invettiva contro l’esclusione del film Gomorra di Matteo Garrone dalla selezione per i premi Oscar oltre che precedentemente dai Golden Globe Awards

(foto da questo blog)

al Frullatore dispiace che Gomorra non sia andato nella selezione Oscar perchè è un film tosto. Immagini poetiche come quella della palude e dei kalashnikov, del sarto che vede Angelina Jolie con il suo vestito, il valore documentaristico del viaggio nelle viscere delle Vele, la piscina sul tetto del palazzone. In questo sono d’accordissimo con jonkind.
Sull’aspetto di “politica cinematografica” e sulla “scuola napoletana” non saprei proprio dire…

LA NON INTERNAZIONALITA’ DEL FILM? Ma scusate, una scena come quella del contadino malato di cancro, con la famiglia che mentre lui muore si mette d’accordo con il fucking broker dei rifiuti-Toni Servillo per fargli scaricare altra munnezza nelle sue terre? La pesca (il frutto) che fèta di munnezza? Non sono per caso degli universali, la spregiudicatezza dell’affarista che calpesta uomini dii e terre, l’ingenuità del giovane apprendista spregiudicato e il suo riscatto una volta giunto alla consapevolezza del male? Non è un universale, la forza della prepotenza che lotta contro il giusto, usando l’arma dello spirito mafioso? No, invece c’è qualcuno che sostiene che Gomorra è un film troppo campano, troppo sud, troppo italiano per ambire a premi internazionali e persino ad una comprensione a nord della ciociaria. Ma vah……

Per tutti questi motivi, oltre che per altri motivi squisitamente cinematografici (il colore, la fotografia, la qualità della regia, la poesia aspramente documentaristica, reale, la costruzione delle scene, il ritmo, quel nonsoche che fa di un film un oggetto artistico che ami e al quale ti affezioni)
mi dispiace che Gomorra non sia andato all’Oscar. E poi lasciatemelo dire, con la estrema presunzione di chi “critica un film senza prima vederlo” (sono figlio unico, come mio fratello che non c’è. rino Gaetano docet)
davvero Gomorra è peggiore del film svedese, della panzana tedesca, della pallosità cinematografica francese??? ma dai….. [sfogo intelletto libertario liberato]

Gomorra è un film internazionalissimo, sia per qualità cinematografica che per contenuto. L’aberranza della cattiveria umana, la delicatezza della sopravvivenza delle rose nel deserto, il potere sporco del capitale asservito ai bassi istinti: sono tutti concetti sempre più globali, altro che localismo….

viva gomorra, un film che farà storia.
chisenefrega di sti premi, sappiamo come funzionano, sappiamo quali equilibri ci stanno dietro…..

Perchè vergognarsi di essere poveri?

giovedì, gennaio 15th, 2009


(foto http://www.ansa.it)

Dicono che le Social Card del Governo siano dei “pacchi”. Vuote, senza soldi dentro perchè non è stato effettuato l’accredito, in alcuni casi. Un pasticcio all’italiana.
L’anziano in fila al supermercato tira fuori la cosiddetta “carta di credito dei poveri” per pagare il pane e un flacone di detersivo, ma il lettore Pos dice impietoso che non ci sono sghei, non ci sono soldi, nel dispositivo tremontiano.

Bene, anzi male. Sarà un problema tecnico. In Italia, a dire la verità, stupisce anche poco. Magari fra inps ministeri poste enti vari qualcuno ha dimenticato qualche passaggio.

Ma perchè bisogna vergognarsi di essere poveri, come dice l’articolo di Caporale su Repubblica? Il pezzo dà l’impressione di essere molto pompato a tavolino. Parte da un fatto reale, fornisce una notizia dal grande interesse pubblico e anche grave, per pomparci dentro impressioni in maniera artefatta, fortemente precostruita. La critica al governo diventa così un apriori, la sacrosanta opinione su un fatto di cronaca si mischia alla descrizione del fatto stesso.
Fin qui poco male: i confini fra cronaca e commento, già di per sè sfumati nel giornalismo italiano (e non è necessariamente un male, anche se dipende…), vengono sventrati con grande sapienza.

Punte di ironia quanto basta qui e là, giochi linguistici (“la carta annonaria”), citazioni ad cavulum canis come quando si cita il fatto che “per la social card a Catania un imbianchino ha preso a martellate il suo compagno di fila”.
Poi dicono che idraulici e imbianchini guadagnano tantissimo….
Su questo livello di discorso possiamo anche ricordare che un ragazzino mentre giocava in un parco per poco non ha perso un occhio perchè una foglia di palma l’ha preso sul muso. E dedurre che bisogna radere a zero i parchi nelle città. Sarebbe una corretta deduzione? Evidentemente no.

La social card è un qualcosa da criticare a priori, secondo questo spirito manifestato nel pezzo de La Repubblica. Benissimo. Un’opinione rispettabile come è rispettabile l’altra opinione, per cui si tratta di una goccia nell’oceano ma intanto meglio che niente. Basta che si semplifichino le procedure di accesso e che la situazione non sviluppi i soliti demenziali contorni italiani.

Quello che mi fa incazzare non è la critica sacrosanta. Mi fa incazzare che questo pezzo sostenga che essere poveri implica automaticamente vergogna di se stessi. “Alla fine si edifica questo incredibile muro della vergogna che attraversa la penisola e la trafigge senza colpa”. Ma stiamo scherzando?

Nessuno deve vergognarsi di essere povero. L’incazzatura per le carte magnetiche che non funzionano è sacrosanta. Ma la paranoia di esibire la social card alla cassa del supermercato, beh quella deve rimanere nelle teste e nelle tastiere di certo giornalismo viziato da un’opinione preconcetta*. Non importa se la social card funzioni o meno.

* formata a priori. Le opinioni preconcette offendono l’intelligenza dell’uomo. Perchè i fatti si giudicano dopo averli affrontati, conosciuti. Partire con i preconcetti vuol dire ritenere che la propria opinione sia più importante della realtà dei fatti. Un grande gesto di presunzione.

Il sole c’è, ma ha tanti problemi

sabato, gennaio 10th, 2009

triste e piovosa giornata sul pianeta terra
non è una novità, di sti tempi
Il mondo è freddo, e anche noi non siamo caldissimi

il sole si è ritirato per non pagare i contributi
il sole si è ritirato perchè lì dove sta ora, la manodopera costa meno

il sole si è ritirato perchè i suoi emendamenti sono stati cassati dal Governo

il sole si è ritirato perchè si è rotto le palle pure lui
il sole si è ritirato, forse, perchè è malato

il sole è in crisi finanziaria
il sole è coinvolto nel crack della Lehman Brothers e rischia grosso, perchè in America si va in galera mica come qua da noi

il sole si è ritirato perchè attende la riforma della giustizia
il sole si è ritirato perchè anche il Pd non sembra proprio un partito nuovo

il sole dichiara di non avere nulla da temere dalle indagini
il sole chiede una misura urgente contro le intercettazioni

il sole ha mandato la juve in serie B e Moggi no, e si lamenta pure

il sole è stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare

il sole si è dimesso, presentando un certificato medico
il sole si potrebbe dire che deve rimanere italiano, ma poi va un po’ qua un po’ la
il sole in fin dei conti non ha mai lavorato in vita sua
il sole ormai è stufo, ci vuole una scossa
il sole chiede asilo politico su una carretta del mare
il sole siamo noi, e allora siamo proprio cotti

il sole è partito per nuovi lidi: a noi ci tornerà a trovare su rogatoria internazionale

L’incompleta storia dei geniali

venerdì, gennaio 9th, 2009

da un post di marinfaliero.net (che traduce un pezzo dello psicologo Howard Gardner apparso sul blog di Luca De Biase), alcune considerazioni sul tema della genialità umana. Cosa rende una persona un genio? Cos’è che hanno in più i cosiddetti geni rispetto ai comuni mortali? C’è qualche causa biologica? Le circostanze spaziali e temporali dove un genio ha vissuto incidono sulla sua potenzialità di mostrare la propria genialità?

Alcuni dubbi mi assalgono….

Se Maradona fosse nato in Norvegia sarebbe stato lui, uguale?
anzi, no, Maradona non poteva nascere in Norvegia…

Se Mozart fosse vissuto più a lungo e non fosse stato sregolato, sarebbe stato ancora più geniale o si sarebbe infiacchito? Il genio è condannato ad essere una fiammata fortissima e breve?

Se qualcuno viene scoperto essere un genio solo dopo morto? Come la mettiamo con i geni postumi? Il feedback del genio ai riconoscimenti della propria genialità influisce sulle vie in cui essa si concretizza? Per dirla altrimenti, se nessuno ti riconosce la tua genialità, i tuoi comportamenti le tue opere e le tue pratiche potrebbero contenere ancora più genialità in seguito al mancato riconoscimento? Il genio conosce gli allori su cui riposarsi?

Nascere nel degrado, nella povertà, permettono di tirare fuori meglio la propria genialità? Sì, ma allora Giacomo Leopardi?

Il vizio, la sregolatezza, aiutano la genialità a mostrarsi? Se sì, allora come la mettiamo con Immanuel Kant, con Tommaso D’Aquino, insomma con i campioni della genialità disciplinata, piana, conventuale? Se no, ce la sentiamo di sostenere che un Maradona tutto casa chiesa e campo d’allenamento sarebbe stato ancora più forte di quanto è stato? E se invece la sua “pazzia” è stata una molla scatenante della sua grandezza e della sua leggenda? Senza “pazzia”, Maradona godrebbe quell’amore della gente e quel ricordo che di lui hanno tutti, molto superiore, credo, rispetto a quelli che vengono nutriti per Pelè?

Un genio è un pezzo di cielo gettato sulla terra dalla divinità come dono per gli uomini, oppure è un pezzo di terra e sangue che assurge alle alte vette per merito della sua forza innata?

Si può nascere geni e mettere a frutto la propria genialità anche se si nasce fra i nomadi del Sahara? Oppure dobbiamo tornare al caso iniziale del Maradona nato in Norvegia che invece di “pibe de oro” sarebbe stato un talentuoso ma vichingo Olaf?

La genialità c’è solo se viene riconosciuta come tale? Si può essere geniali e non essere identificati come tali, neanche da postumi? C’è genio solo nell’arte, nella filosofia, nella scienza, nella tecnologia, nella politica? O c’è genio anche nel condurre genialmente una vita nomade nel deserto del Sahara o fra gli aborigeni d’Oceania? Se rispondiamo affermativamente a questa proposizione, allora possiamo sostenere che per essere dei geni si può anche farsi una vita di affari propri, vivendo solo nella propria comunità, seppur nomade, e mettendo a frutto la propria genialità nel carisma di capo tribù. In sostanza, ammettiamo l’esistenza di una concezione non occidentale di genio. Anzi, una concezione nomade, o una concezione tradizionale, o precedente allo sviluppo della tecnica. Avulsa persino dalla comunicazione, che non sia intra comunitaria. Per dirla tutta, ci sono stati moltissimi geni nella storia dell’umanità. La storia ne ricorda uno zero virgola qualcosa per mille.

Probabilmente esistono degli individui geniali anche nella più sperduta micro comunità più lontana e isolata nel tempo e nello spazio. Non vivono e non producono quei significati che la nostra cultura occidentale riconosce come geniali.

Ma parlando di genio, occorre essere aperti e ragionare su più piani, mettere anche il soffitto al posto delle mura laterali e le finestre al posto dei camini, se serve.

Il genio è un qualcosa che nasce all’incrocio fra una cultura, una persona baciata dal divino, una serie di vicende, la fortuna e X

su cosa sia X, beh su quello è aperta la lotta…

Impressioni di gennaio

giovedì, gennaio 8th, 2009


le metropoli italiane diventano creole, multireligiose
preghiere islamiche di massa nelle piazze di Milano e Bologna, davanti ai simboli della cattolicità, durante manifestazioni contro Israele e gli Usa
Può essere un grande gesto di apertura e dialogo verso i nostri nuovi vicini di casa? Può essere un segno di debolezza? Può essere l’inizio di una concatenazione dalle difficili previsioni?

Non so, qualcosa è. Di qualcosa è l’inizio, o la consacrazione, o la fine. La profonda mia ignoranza si scontra con l’istinto, l’apertura con la chiusura. In mezzo passano la multiforme umanità, le forze totalizzanti e la guerra degli istinti.
Spero nella pace, spero nella forza dei valori cristiani di fratellanza e ospitalità, spero nei buoni valori, quelli che conosco e quelli che non conosco . Spero che la stupidità umana non inneschi esplosioni.
(foto presa da ilgiornale.it)