La parola e noi

mercoledì, gennaio 7th, 2009

(Bologna, piazzetta Marco Biagi; foto da http://www.museoebraicobo.it)

Dal racconto “Carcajada profunda y negra” di Wu Ming 1, ispirato allo scrittore dalla sua presenza sotto casa di Marco Biagi, il docente universitario ucciso a Bologna dalle Br nel 2002, durante i rilievi delle forze dell’ordine. Per leggere il racconto completo, andate qui (e fate una donazione !!!!!!)

Mario Biasi, ci dispiace.

Ci dispiace per te.

Ci dispiace per la tua famiglia.

Ci dispiace per i tuoi amici.

Ci dispiace per la bella stagione che hai fatto appena in tempo ad annusare, per le gite fuoriporta che non potrai più fare.

Ci dispiace per la tua fiducia malriposta nell’ideologia liberista e in un regime che ti ha fatto o – nella migliore delle ipotesi – ti ha lasciato uccidere.

Ci dispiace per quella moltitudine di persone che voleva combattere a viso aperto te e quello che sostenevi.

Ci dispiace.

Ma nessuno può pretendere che ci uniamo alla tua santificazione.

Nessuno può pretendere che di te ci importi davvero, al di là del cliché sulla campana che suona: se suona per tutti, è come se non suonasse per nessuno. Contestiamo il pensiero unico del lutto imposto dall’alto e vogliamo essere liberi di dire che non tutte le morti ci diminuiscono.

Nessuno può pretendere dai lavoratori che rimpiangano davvero chi teorizzava e consigliava contro di loro.

Ragion per cui, d’accordo, ti chiediamo scusa per l’umor nero sotto le tue finestre, e ti chiediamo scusa per las carcajadas.

Ti chiediamo scusa, ma tiriamo innanzi per la nostra strada.


Leggete questo. Questo, a prescindere dalle vostre idee politiche ed economiche, per convincervi della forza della letteratura, della sua capacità di raccontare il mondo senza usare gli schemi e le prigioni della saggistica. Merita rispetto per questo. E non è scontato, va conquistato e tenuto stretto.

Testimoniare; comunicare complessità collettive, stati d’animo sociali. Rischiando l’incomprensione, con il coraggio che dobbiamo, noi tutti, alle parole. Rischiando, ma la ringraziamo, comunque vada.
Questo vedo in “carcajada” (a proposito, in spagnolo significa risata).

Testimoniare la complessità nel frammento della vita vissuta e delle sue forme (Wu Ming 1 è sotto casa di Marco Biagi, anzi di Mario Biasi, quel giorno del 2002 a Bologna, poco importa che lo sia stato davvero, lo è nella short story).

Testimoniare la complessità, inoltre, “giocando” (come gioca un demiurgo, un costruttore di mondi letterari) su di un piano inclinato che non è la critica della realtà, non è la sua osservazione (pseudo) scientifica, non è una ricostruzione giornalistica.

Ma il piano inclinato è tutto questo insieme, oltre ad elementi peculiari. In più, questa dimensione ha ovviamente la creazione di un mondo alternativo al nostro presente (e dici poco….), dove la finzione narrativa può usare il reale per fotografarlo. Una foto è altro dal reale, ma spesso si vuole bene molto ad una foto in quanto è viva.

La creazione di un mondo e la sua osservazione, la partecipazione creativa, l’interpretazione, insomma, da parte del lettore. Quindi i piani inclinati sono due, anche di più, ma non andiamo oltre…

Ora, a me, basta affermare questo: la letteratura (e la poesia*….) sono superiori. Superiori a ogni forma di scrittura che usa il linguaggio verbale, superiori perché se ne fregano delle unità aristoteliche della cronaca, dell’ampollosità spesso vacua della critica. Le conoscono, ne possono anche abusare, certo, ma vanno oltre di esse. La letteratura se ne frega del politicamente corretto. La letteratura è pensiero in azione, sul teatro della vita. Pensiero di un altro, pensiero sull’altro fatto mettendosi dentro il pensiero dell’altro. Cioè andandoci dentro e mettendoselo nel proprio interiore.

Usa le gabbie linguistiche per evaderle, usa e rifiuta gli schemi consolidati per arrivare dritto al concetto. Perciò spesso fornisce l’impressione di essere più reale del reale. Merita rispetto.

La letteratura è sociale, o non è. Oppure è pura maniera, immobile immobilismo travestito da meccanismo per vendere.

La letteratura è un bisogno. Di chi la fa e di chi la fruisce. La letteratura, se è grande letteratura, colpisce con due frasi là dove si arrovellano i distinguo e le dialettiche degli scalatori della retorica.

Se non può essere condivisa idealmente, va comunque amata perché la letteratura siamo noi. Noi all’opera in questo mondo e in altri mondi. Ma siamo noi. Non possiamo odiare noi stessi. Possiamo pensare, noi stessi.

E quando colpisce, colpisce. Al di là delle repliche dovute, delle rettifiche, delle smentite, dei pesi della bilancia. Colpisce e basta. Solo altra letteratura può controbatterle.

Colpisce perché fa pensare, in un mondo sovra informato dove ci vogliono togliere il tempo di pensare. E ci fa pensare perché ci colpisce, entrando dentro di noi e facendoci vedere quello che abbiamo sotto gli occhi durante gli interi nostri giorni. Ma che non abbiamo tempo di vedere.

Per questo una pagina ci illumina. Perché ci restituisce il tempo che il mondo ci toglie.

* poesia, letteratura: uguali, mutuamente comprensivi, genere e specie….chissà e chissenefrega, ora

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