Archivio per settembre, 2011

Lavoro e produzione al tempo della Rete

lunedì, settembre 26th, 2011

La Rete sta smontando millenni di centralità della Produzione e della Fabbricazione nell’attività economica umana?
Un industrialismo senza fabbriche (o con sempre meno fabbriche) come quello italiano che ragione ha di essere difeso, se non la voglia di non tangere i paradigmi dei sindacalismi e della cassa integrazione? 
Il lavoro come Produzione al tempo del Web è destinato a diventare lavoro come Relazione? Il valore economico, nei paesi occidentali, verrà generato dalla creazione di Relazione, piuttosto che dalla creazione di Prodotti?

Attenzione, però. Il vecchio sistema lavorista sopravvive,non viene smontato o annullato dalla Rete. Sopravvive in Cina, nella”fabbrica del mondo”. La Rete (anche lei) lo ha spostato in economieche non hanno l’attenzione occidentale verso il welfare e verso lacorrispondenza fra salari e benessere comune. Insomma, bene il cambio diparadigma, però credo che bisognerebbe anche considerare che un “consapevolecittadino digitale” si deve porre delle domande sul dove vengono prodottii propri oggetti tecnologici. “Smarterie” che ci smaterializzano e cifanno produrre relazioni e svolgere funzioni, ma che a loro volta sono prodottimateriali. Della Fabrica del mondo, che non siamo più noi (ahimè? per fortuna?).
Siamo liberi di smaterializzare esistenze e produzioni, dunque, proprio grazie a dispositivi tecnologici che vengono prodotti materialmente in quei paesi che sono rimasti ancorati al vecchio paradigma della fabbricazione. 
La smaterializzazione si basa dunque sulla estrema materializzazione da parte delle economie che si sono accollate le necessità produttive del mondo. Ecco dove e come producono i nostri iPhone.
C’è un risvolto politico in questo? Credo di sì. Credo che sia difficile rinunciare a una visione universalistica della lotta a favore degli oppressi e dei diseguali. Ma ci si rinuncia, perchè la Cina è lontana e come potremmo provare a imporle diritti occidentali ai lavoratori, se fra poco ci si comprano l’intero Stivale sotto alla linea del debito e sopra la linea della terra materiale?
Insomma, stiamo diventando smaterializzati. Ma ci tengono per la collottola ugualmente, proprio coloro che ci aiutano (o ci aiuterebbero, visto il perdurante digital divide della web economy italiana rispetto al resto del mondo avanzato) a smaterializzarci.
Quindi, in definitiva, l’Italia potrebbe essere smaterializzata e fottuta. Fottuta perchè smaterializzata senza tirarne fuori soldi. Mentre altri G20-Bric-“Paesi fighi”, invece, si smaterializzano ma almeno riescono a non rimanere fottuti. Da noi ogni due posti perduti per colpa di internet se ne creano tre per merito di internet, in Francia cinque.
Smaterializzati e fottuti. Teniamoci almeno la terra, la nuda terra, i campi da mettere a coltivazione. Ci torneranno utili.
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Speculare, non sperculare: aridatece le Narrazioni (vere)

lunedì, settembre 19th, 2011

Che narrazione di loro stessi e degli altri hanno gli incazzados? Che cosa accomuna il Pd e la tecnocrazia? Che cosa rende un certo tipo di militante politico convinto della propria natura di unico custode della vera rivoluzione possibile, che è quella che regolarmente non accade mai perchè poi secondo lui stesso il Potere tutto mistifica e falsifica se non, nella peggiore delle ipotesi, manipola e reprime? Le esperienze della sinistra radicale in Italia e, potremmo aggiungere, di certo grillismo contemporaneo (ma anche del populismo berlusco-leghista) sono la dimostrazione concreta di una narrazione “inflessibile e frazionista” che manda a puttane il tesoro di soggettività racchiuso nel mai troppo rimpianto “movimento dei movimenti” di fine anni novanta?Il Pd attuale non è altro che il vecchio Pci paternalista con in più la sottrazione (ma l’idea viene meglio resa dal termine “evacuazione”) della lotta di classe come categoria concettuale per reagire alle diseguaglianze e alle sofferenze della gente?Uno stimolante tentativo di pensiero laterale utile ad astrarre dalle contingenze delle escort e del crash finanziario: questo articolo di Andrea Inglese comparso su Nazione Indiana lo leggo così.Affinchè “narrazione” non sia una esclusiva terminologica di Nichi Vendola. E affinchè si torni a parlare di lotta di classe. Non nel senso marxista, ma proprio nel senso di lotta “dotata” di classe. La classe dell’analisi e della riflessione sui cosiddetti “grandi temi” e sulle categorie fondative dell’Agire politico. In una formula, speculazione filosofica vs sperculazione politicante (e, ahimè, spesso anche mediatica) alle vongole. E così sia.

In pensione ad ottanta anni

martedì, settembre 13th, 2011

Dice bene Maurizio Ferrera sul Corsera del 12 settembre: bisogna rimettere in discussione le “verità nascoste dello Stato sociale”.
In sostanza, se i diritti civili e politici sono intangibili (pena la caduta in autoritarismi e teocrazie), non altrettanto intangibili sono i diritti sociali (le pensioni e i loro requisiti di accesso). Perchè le pensioni sono le spettanze dello Stato verso i cittadini, e dipendono dal bilancio pubblico e dai suoi per così dire “dividendi”. Se non ci sono, o ce ne sono di meno, il regime pensionistico non può essere uguale ai tempi nei quali i dividendi sono alti.
Lampante. La “cultura della spettanza senza condizioni” ha portato ad un sistema insostenibile.
Lampante, di nuovo. I giovani condannati ad andare in pensione ad ottanta anni mentre molti attuali pensionati sono usciti dal mondo del lavoro a 45 anni (continuando magari a lavorare in nero, anche per non annoiarsi…) è uno scandalo. Una cosa che fa incazzare di brutto, e anche il solitamente compassato Angelino Alfano ne ha parlato alla platea dei giovani Pdl domenica scorsa.

Benissimo. Che fare? Facciamo tornare a lavorare i 55enni che sono in pensione da dieci anni? Davvero credete che sia possibile, in un paese nel quale i giovani sono una rarità, la loro forza propulsiva di mobilitazione è una vacuità, e nel quale i mega sindacati fanno gli scioperi generali portando in piazza solo gli “indignados invecchiados” e qualche giovane che lavora – beato lui – negli enti pubblici?
Ma fateci il piacere….
chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Rimettere in discussione i diritti pensionistici acquisiti, in Italia, ha la stessa possibilità di successo dell’istituzione del cricket come sport nazionale.
Ciò non toglie che l’articolo di Ferrera sia bello e interessante e ben scritto, eh… 

Votare per "nessun Governo"?

domenica, settembre 11th, 2011

A volte credo che non ci sia speranza in Italia per una Riforma grande e giusta, redistributiva, contro le incrostazioni le tragedie e i paradossi, che incida di brutto sulle dinamiche di un paese davvero bloccato e pallido. Chi ha il Potere di fare Riforme non ha il potere di fregarsene del consenso, sia quello del popolo che quello dei Suoi (concatenazione Denaro + Status acquisiti + reti di interessi materiali e immateriali + spazio di manovra sulle sfere di dirigenza del Potere + controllo dei Discorsi sociali) Chi ha il potere di proporle, le Riforme, non ha invece il Potere di farle… Uno Stato “commissariato”, in mano a tecnici avulsi dalla politica e dalla schiavitù del consenso popolare, potrebbe compiere quelle Riforme necessarie a rimettere in moto il Paese? C’è chi dice di si, sulla scorta del pensiero “meglio nessun governo che un governo cattivo”. Insomma, meglio un interregno dei funzionari e dei burocrati illuminati per rimettere a posto le pensioni il debito pubblico le norme fiscali e la Giustizia? D’altro lato si alza il grido “e il voto popolare che fine fa? e con esso la sovranità popolare e in ultima analisi la democrazia?”.Obiezione giusta, pur se in tempi di porcellum e di liste bloccate di sovranità popolare ne è rimasta ben poca.E allora propongo: tenetevi il porcellum, tenetevi le Caste. Ma nelle schede elettorali inseriteci anche l’opzione “nessun governo” (un minimo di note a margine ci vorrà: aggiungerei “nessun governo delle classi dirigenti schiave del consenso, per una Riforma vera da affidare a veri manager della transizione giusta anche se impopolare verso un nuovo Stato”. Fin dalle urne, un’alternativa possibile. Per metterne alla prova il grado di consenso nell’elettorato.