Ecco perchè il pianto di massa di Pyongyang ci rende inquieti

lunedì, dicembre 19th, 2011

È morto il capo di un paese isolato, il vertice di un regime totalitario, l’alfiere di una dinastia megalomane e fuori dal Mondo, di difficile comprensione. Si potrebbe agevolmente pensare che le scene di isterismo collettivo e di parossistico dolore per la morte di Kim Jong-Il siano la recita di un popolo terrorizzato, la contrizione di rito e sotto spada di un corpo sociale irretito dalla dittatura e spaventato dalla repressione.
Ma se fossero lacrime sincere? La Corea del Nord per noi ė la distopia vivente, il 1984 di Orwell realizzato, un punto di attualizzazione storica e concreta dell’autarchia applicata al comunismo integralista. Culto della personalità e Partito unico dei lavoratori, lacrime che si innalzano al cielo da dove veglia il “presidente eterno” Kim Il-Sung. Divise militari che segnano le generazioni, dai bambini soldatini alle mummie incartapecorite che guidano lo Stato assoluto che tutto veglia e a tutto presiede, che isola e che basta a sè stesso. In una parola, Juche.

La Corea del Nord è una condizione psicologica collettiva applicata alla storia e all’economia. Il paternalismo declinato nel culto dell’infallibilità che, forse, va oltre la paura e la repressione militare, la polizia politica e gli oppositori in galera o nei campi di lavoro forzato.
A Pyongyang è difficile immaginare una Primavera o una rivoluzione. Perchè quelle lacrime possono essere sincere. E perchè quella sincerità starebbe a dimostrare la possibilità della realizzazione concreta dello Stato Totalitario, autarchico e isolazionista, denso di megalomania del Potere e di spirito di Massa proletaria del popolo Lavoratore per la Causa e nella Causa.
Quelle di Pyongyang sono scene sideralmente lontane dall’Occidente disincantato e dal Medio Oriente sempre più smaliziato verso i propri satrapi. Scene letterarie, che hanno echi nella letteratura delle utopie negative, eppure scene reali, se non realistiche. Possono essere considerate alla stregua di messe in scena di un Regime Assoluto, certo, compiacimenti funeraleschi di chi ha il coltello piantato sulla schiena e rappresentazioni mediatiche di una Informazione Unica e di Partito, certo. Ma sono immagini, se non realistiche, certamente Reali. Perchè sono accadute, non sono fotomontaggi o racconti verbali, il pianto collettivo c’è, è accaduto, lo vediamo. Possiamo dubitare della loro autenticità, per via del nostro disincanto e per via delle informazioni di cui disponiamo. Possiamo deprecare l’ipnosi collettiva determinata dall’assolutismo politico. Non possiamo però non credere a quelle immagini, non possiamo giudicarle false, un’invenzione. Sono immagini vere, che si riferiscono a fatti che sono esistiti, che stanno esistendo in un posto molto lontano da noi ma che sta da qualche parte nel mondo.

Sono immagini già viste nella letteratura, se non nella Storia. Eppure sono immagini sempre Nuove, che ci sorprendono radicalmente. Ci chiediamo come sia possibile tutto ciò, ci domandiamo forse ingenuamente come possa darsi una rappresentazione collettiva così coerentemente precisa del Totalitarismo più assoluto. Come possa verificarsi, nel 2012 e in una parte piccola eppur esistente del mondo, una rappresentazione così esatta del più inquietante Regime del Pensiero Unico. Lo osserviamo, e non lo comprendiamo anche perchè siamo osservatori distanti e per niente addentro al Modo di Pensare di quella Cultura così lontana. Giudichiamo l’annuncio iper commosso della speaker del telegiornale di Stato e il pianto collettivo come qualcosa di assurdo, se non di folcloristico, se non di tragicamente buffo. Incomprensibili contorcimenti di un popolo così diverso dal nostro. Ingenue psicologie collettive che potremmo giudicare alla stregua di psicopatologie indotte da Psico Polizie, o dai morsi della Fame provocati da un delirio totalitario, oscurantista e violento.
Il timore dello Stato Assoluto, della sua presenza nella storia, nel 2012, può generare compassione. Rabbia civile, in noi, può persino nascere da quella che potremmo giudicare una compromissione di un popolo intero che non si ribella e che non riesce a guardare al resto del mondo. Fosse facile…
Nelle loro condizioni, nulla è facile, nulla di ciò che sembra facile a noi. Per assurdo, anche se fosse facile per loro ribellarsi, per loro stessi potrebbe non essere considerato utile, apprezzabile. La storia delle dittature è piena di vicende umane che non si rassegnano all’uscita dall’incubo, per le quali anzi quello che dall’esterno viene giudicato come incubo è invece l’unica forma di esistenza possibile, la migliore, perchè l’unica che si è conosciuta nella propria vita.
Ecco, forse l’inquietudine che genera in noi quell’immagine del pianto di Massa deriva proprio da questo. Dal fatto che quelle persone abbiano conosciuto nelle loro esistenze soltanto ciò che a noi sembra assurdo, inconcepibile. Ma lo sembra a noi, che non abbiamo le loro lenti per osservare la loro realtà. Che non viviamo la loro realtà. In questa Distanza irriducibile, sta anche il seme dell’inquietudine. Quel pianto è qualcosa di tragico e incomprensibile, per noi. Tragico, perchè vi scorgiamo (pur con tutti i nostri limiti di comprensione) il seme delle ideologie totalitarie, non solo storiche ma metastoriche, letterarie, la distopia realizzata. Incomprensibile, perchè non riusciamo a comprendere come si possa vivere conoscendo soltanto l’autarchia applicata a un isolazionismo che giudichiamo folle e paranoide. È questa non comprensione che, alla fine, ci lascia quel senso di inquietudine e di mistero.

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