Archivio per marzo, 2012

Abc: Alfano e Bersani nei casini

giovedì, marzo 29th, 2012

Non vorrei essere in Bersani: aveva la vittoria elettorale in tasca, eppure durante la lunga caduta di Berlusconi si è accontentato del colpo di mano di Re Giorgio, ha steso il tappeto rosso al governo dei professori e ha votato senza fiatare quella riforma delle pensioni che ora lascia per strada gli “esodati”. Ora chiede il rispetto del Parlamento, parla di un Paese che prenderà a cazzotti i politici e dice “per strada fermano me, non Monti”. Al voto, al voto: non lo disse a tempo debito (pubblico), ora si tenga il “dittatore” (in senso antico-romano, l’uomo chiamato – anche se non acclamato – a risolvere problemi. Non siamo arrivati ai Monaci al Potere, ecco allora il Dictator, e lo si disse qui in tempi non sospetti).

Non vorrei essere in Alfano: non solo perchè l’unanimismo può esser presagio di una veloce disfatta futura (eletto segretario del Pdl all’unanimità, lo ricordate? Beh, l’unanimismo nella sua fase discendente sovente si trasforma in detronizzazioni cruente. Beninteso, qui si parla di zucchero, ma sempre detronizzazione è). Non vorremmo essere nei panni di coloro che appoggiano la parte politica che negava la Crisi, che non è stata in grado con la maggioranza più ampia della storia di fare una cavolo di legge vera e per la crescita, che ha tuonato per anni contro le mani in tasca ai cittadini e poi non ha ridotto granché le tasse. Ora il Pdl naviga di conserva. Al voto crollerebbe, e infatti impiccia leggi elettorali nel sodalizio Abc che non facciano male a nessuno. Perché tutti e tre, AlfanoBersaniCasini, hanno timore di perdere, pur se tutti hanno voglia di vincere. E allora che si vinca in tre. Grosse paure, grosse koalition.

Alfano e Bersani nei Casini. Nel senso di Pierferdy, ovviamente. Che diceva “Io centro”, ovviamente. E’ lui, il vero democristiano 2.0, colui che di più e più a testa alta sostiene Monti, infatti. Non tutti lo capirono, ma più dell’orgoglio moderato potè l’orgoglio della buona mira. Voleva dire esattamente questo. “Io centro il bersaglio”.

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#Articolo18 genera assurde disparità di trattamento. Lo dissero i sindacati nel 1985. E oggi?

martedì, marzo 27th, 2012

Bello scoop di Enrico Marro sul Corriere della Sera. Ottimo lavoro di archivio e fa comprendere tante cose sulla battaglia ideologica e anche un tantino ipocrita contro la riforma dell’articolo 18.

In sintesi, è provato dai documenti del Cnel (consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) che nel 1985 importanti esponenti del sindacato di allora (Lama della Cgil, Benvenuto della Uil, ad esempio) criticavano l’artic0lo 18 per come era formulato in quanto fautore di “assurde disparità di trattamento” fra lavoratori ipergarantiti e lavoratori non garantiti (quelli nelle aziende sotto ai 15 dipendenti). E l’istituto della reintegrazione sul posto di lavoro veniva criticato in quanto “non è previsto da nessun ordinamento nei termini nei quali è previsto dal nostro diritto”.

La questione è tutta qui, per approfondire leggetevi l’articolo di Marro.

Non sarebbe male se coloro che si stracciano le vesti per la riforma dell’articolo 18, compresi i “nipotini” di Lama, dicessero come la pensano oggi di quel documento di ieri, a cui contribuì in parte anche Gino Giugni, il giuslavorista padre dello Statuto dei Lavoratori di cui l’articolo 18 è parte.

Le magie della “finanza d’assalto” e l’aumento dei pedaggi autostradali

lunedì, marzo 26th, 2012

Per il Gruppo Benetton, Autostrade è “talmente redditizia che nel 2002 si diffondono voci di una scalata ostile. Per difendersi i Benetton lanciano un’Opa d’acquisto totalitaria, cioè sull’intero capitale, della società che controllano con il 30 per cento. L’Opa scatta nel febbraio 2003 a 10 euro per azione, rispetto ai 7 euro pagati per comprarla nella privatizzazione. Aderisce il 54 per cento del capitale,  e la quota posseduta da Benetton e soci sale all’84 per cento. La spesa è di 6,45 miliardi di euro, ma ai Benetton e ai compagni di cordata questa mossa non costa nulla, perché – mettendo in pratica uno dei comandamenti della finanza d’assalto – si indebitano con la società veicolo dell’Opa, la Newco28 controllata da Schemaventotto, poi scaricano i debiti sulla società con una fusione fra Newco28 e Autostrade, che poco prima è stata trasformata in holding e ha scorporato l’attività operativa in una nuova società controllata, Autostrade per l’Italia. Grazie ai pedaggi che crescono ogni anno, accompagnati da un incremento del traffico, Autostrade ha un flusso di cassa così abbondante che riesce a sopportare il debito senza particolari problemi. Si comprimono un po’ gli utili a causa dell’aumento degli interessi passivi, ma così si pagano anche meno tasse. Insomma, il costo della scalata che rafforza la presa dei Benetton viene pagato un po’ dai contribuenti, perché la società paga meno imposte, e in larga parte dai pedaggi, cioè dagli automobilisti che prendono l’autostrada. E, magia della finanza spericolata, nonostante la società abbia più debiti, aumenta il suo valore perché il titolo continua a salire in Borsa. L’altra faccia di questa situazione è però il rallentamento degli investimenti. Con la privatizzazione la società si è impegnata a investire circa 4,5 miliardi di euro in nuove opere entro sei anni, secondo la convenzione del 1997. I lavori partono in ritardo di circa tre anni, anche per la lentezza delle autorizzazioni. Nel 2003 il piano viene adeguato e portato a 9,5 miliardi. Ma nella primavera del 2011, a undici anni dal passaggio del controllo ai Benetton, gli investimenti realizzati sono poco più della metà dell’impegno iniziale”.

Gianni Dragoni, “Capitani coraggiosi. I venti cavalieri che hanno privatizzato l’Alitalia e affondato il paese”. Chiarelettere editore, prima edizione novembre 2011 (pp. 202-203)

Altro che Statuto, riformino lo Stato dei lavoratori

sabato, marzo 24th, 2012

Fanno le riforme sul lavoro, ma a me non interessano. Stabiliscono che possono sanzionarmi e persino (ohibò) licenziarmi se per tre volte rifiuto un mio trasferimento per esigenze di servizio, ma questa legge ancora non l’hanno mai applicata. Gli altri, quelli meno tranquilli di me, possono essere “espulsi” al ritmo di 4 ogni 120 giorni perché i datori di lavoro non hanno più soldi per pagarli, ma a me questo non riguarda. Faranno un tavolo separato, per me, e intanto me ne sto sulla mia scrivania.

Sono il dipendente statale, quello più uguale degli altri. Anzi, meglio degli altri. Chi mi dà lavoro non può fallire, quindi io dei “licenziamenti per motivi economici” me ne sbatto. Tanto lo Stato non può fallire.

Eppure proprio perché lo Stato non può fallire, il dipendente statale dovrebbe cedere e calare le proprie aspettative, apprezzando la sua miglior sorte rispetto al dipendente privato in balia di crisi, delocalizzatori, concorrenza globale. E invece no. Guai a chiederglielo, ti guarda stizzito. “Io ho fatto il concorso, mica posso pagare per voi”…

Come dite? Ah già, lo Stato ha appena rischiato seriamente di fallire. Mumble mumble, me ne sovviene una possibile motivazione, ripensando alla reazione unghiosa di cui sopra…

Le vestali dell’#articolo18 e i risparmi dello Stato

venerdì, marzo 23rd, 2012

Le vestali di una visione totemica dell’articolo 18 lamentano che la dignità del lavoratore ora sia “in vendita” dato che, nelle nuove previsioni del Governo, le controversie legate ai cosiddetti licenziamenti economici possano essere risolte soltanto con l’indennizzo al lavoratore, escludendo perciò la possibilità di un reintegro deciso dal giudice.

Indennizzo pagato integralmente da parte dell’impresa, pare di capire. Prima, in questi casi, c’era l’istituto della Mobilità, finanziato dallo Stato in concorso con le imprese.
Prima il sostegno ai lavoratori licenziati per motivi economici veniva pagato da Stato e imprese, ora solo dalle imprese.
Si può discutere del fatto che lo Stato voglia alleggerire o diversamente indirizzare la sua spesa per gli ammortizzatori sociali. Sembra che la nuova Aspi, assicurazione sociale per l’impiego, riguardi tutti i lavoratori, anche precari, e non sarebbe azzardato plaudire a una tutela più universalistica dei lavoratori in difficoltà. Questo avviene senza escludere l’istituto della cassa integrazione.

Ma si fa fatica a comprendere lo sdegno delle vestali da cui siamo partiti. Indennizzo dalle imprese oppure sostegno al reddito da Stato e imprese tramite la Mobilità. Cosa cambia, se non il fatto che lo Stato ora spenderebbe meno potendo quindi dirottare fondi su ammortizzatori sociali più universalistici?

Girone e Latorre nel posto sbagliato al momento sbagliato

giovedì, marzo 22nd, 2012

Insomma, forse ai due poveri pescatori indiani non spararono proprio i nostri “marò” Girone e Latorre dalla Enrica Lexie. No, forse non gli spararono proprio dalla nave italiana, e quindi non gli spararono i nostri militari.
Lo dice forse uno per la strada, o al bar? No, lo dice a Oggi (e ne parla qui Fausto Biloslavo sul Giornale) il comandante del peschereccio indiano, che lascia intendere come a “suggerire” alle vittime quel nome, Enrica Lexie, sarebbero state le autorità marittime indiane.
Non che se ne sia parlato tantissimo, sui media patrii. È tempo di riforme dal gattopardesco sapore, altro che intrighi internazionali.

A delle vittime sicure, i pescatori, si assegnino dei carnefici qualunque, sembra questa forse la dinamica oscura che rischia di far passare brutti guai a Girone e Latorre.
Che le autorità portuali indiane abbiano “suggerito” una barca italiana non stupisce, ammesso ovviamente che sia vero. Vi immaginate cosa sarebbe successo se l’oggetto del suggerimento fossero stati battelli battenti bandiere anglosassoni o francesi o russe? Ecco, ve lo immaginate. Se lo sono immaginati anche gli indiani, sembra.