Archivio per settembre, 2012

Social media e App, gratis è bello ma è finito

sabato, settembre 15th, 2012

Guardate il vostro smartphone e il vostro tablet, guardate bene le App che avete sul display, quelle che vi fanno divertire o lavorare con i social media, quelle che usate per viaggiare, trovare il ristorante, prendere appunti…

Bene, guardatele oggi, e pensate a quanto meno “divertenti”, e forse anche meno gratuite, potranno diventare fra qualche mese, fra qualche anno, una volta che le aziende o le start up che ci sono dietro cambieranno il loro approccio ai business model.

Questo interessante articolo di Derek Thompson sul The Atlantic prende le mosse dal flop di Facebook in Borsa, per ragionare sul nuovo paradigma che gli investitori di capitale di rischio potrebbero assumere verso le startup e più in generale verso tutte quelle aziende cui finora per essere “felici” e finanziate bastavano solo le centinaia di migliaia di utenti che portavano in dote.

Di un business model “robusto”, di una solida via di monetizzazione, beh, di quello si poteva fare a meno, nel breve. Ci si sarebbe pensato dopo…

E invece ora per i Venture Capitalist le cose sono cambiate. Sono passati dalla cornice “la tua Cosa ha tanti utenti? Ottimo, that’s great!!!” alla cornice “Ok, ma che ci facciamo con tutti questi utenti?“.

Non è solo una questione di startup e investitori, no. E’ una questione che riguarda anche i consumatori. Il tuo smartphone rimarrà pieno di App fighissime, twitterai e tumblr-erai, socialmedierai e tutto quanto. Solo che sarà a little bit expensive. Meno grandiosamente gratis.

Corruzione all’acqua di rose

mercoledì, settembre 12th, 2012

Se un reato desta allarme sociale, o danni economici alla collettività, punirlo con pene blande equivale a non dissuadere le persone dal compierlo.

E’ il caso dei reati che ricadono nell’ambito della corruzione: la legge che attualmente si discute in Senato prevede pene da 1 a 3 anni. Pene così basse non consentono misure cautelari né intercettazioni.

Luigi Ferrarella in questa analisi sul Corriere parla di come la legge in discussione sia ben poco efficace, rischiando da una parte di sanzionare troppo e da una parte di sanzionare poco.

Intanto, si tralascia una seria riforma della disciplina della prescrizione.

Su Grillo, i marocchini e certa superficialità

martedì, settembre 4th, 2012

“Certo, il linguaggio di Grillo è fatto di morti viventi e di zombie, sino al malumore acido del guitto andato a male che ride e invita a picchiare i marocchini immigrati”. (Francesco Merlo, La Repubblica, 4 settembre).

Grillo xenofobo, Grillo massacratore di immigrati, Grillo che attenta alla convivenza civile facendo leva sugli istinti peggiori. La grande stampa ha facile gioco nello spingere l’acceleratore su queste definizioni, sulla scia di questo video ripescato dal 2006 (se ne parla qui) che mette sulla scena del monologo il commento di un fatto di cronaca (un pestaggio da parte di Carabinieri a un immigrato).

Il Corriere.it titola “Beppe Grillo contro i marocchini”, pubblicando questo video in cui ci si capisce di più nonostante il titolo indirizzi il lettore a capirci di meno.

Una certa approssimazione dipinge quel monologo del 2006 come un elogio dei Carabinieri che fuori dalle regole dello Stato di diritto pestano una persona.

Non sembra proprio essere così. Qui un’opinione che va contro l’immagine del Grillo xenofobo.

Un titolo come “Beppe Grillo contro i marocchini” è approssimativo. Incompleto.

La posizione sull’immigrazione che Grillo ostenta in quel video, a ben vedere, è chiara. “Se vengono qui e rispettano le regole bene, se vengono qui a ubriacarsi e sfasciare le vetrine, allora fuori dai coglioni”.

Non è una posizione beceramente razzista. Si può condividere, o perlomeno rifletterci su, senza sentirsi degli orangutan, oppure non è lecito? Perlomeno discuterne serenamente. O no?

Non è messa in bella prosa, certo. Può urtare gli alfieri del politicamente corretto, ovvio. Però se ci si cimenta nel fare l’esegesi del Grillo-pensiero sull’immigrazione, dovrebbe essere quello il concetto cardine da cui partire. Invece si preferisce dire che “Grillo vuole picchiare i marocchini”. Nella migliore delle ipotesi, si dice per superficialità. Nella peggiore, per malafede.

Napolitano e il Potere al telefono

domenica, settembre 2nd, 2012

E’ ovvio che il presidente Napolitano non voglia vedere sui giornali le proprie conversazioni. Il Quirinale deve essere “terzo”, non può permettersi che le valutazioni fatte in privato dall’uomo che pro tempore lo rappresenta vengano spiattellate su pubblica piazza.

Ne andrebbe della sua credibilità, accadrebbe un terremoto fra i partiti politici che sostengono una “strana” maggioranza trasversale a sostegno di uno “strano” governo tecnico, nato proprio su iniziativa del Quirinale in un momento di forte instabilità economica del paese e di appannamento dell’immagine internazionale del suo esecutivo. Quel Governo, per farla breve, rischierebbe di cadere.

Quelle telefonate configurano reati, o lasciano intravedere fatti degni di un’indagine alla ricerca di reati? Possibili attentati a istituzioni e poteri pubblici? No, lo dice la Procura di Palermo. Esprimere in privato dei giudizi non lusinghieri a proposito di un uomo che rappresenta un potere pubblico (il Governo) o di un gruppo di uomini che rappresenta un altro potere pubblico (il potere giudiziario) rientra nel legittimo diritto di opinione che tutti hanno, anche Napolitano. Ebbe a criticare Berlusconi, Procura di Palermo, Di Pietro? Forse, non si sa, si dice, si scrive, si paventa. E’ reato? No, fintanto che il giudizio poco lusinghiero rimane privato (qualora fosse pubblico potrebbe essere diffamazione etc etc). E’ un’espressione di libera opinione? Sì.

E’ facile e un po’ aleatorio dire a Napolitano “male non fare, paura non avere”, invitarlo a rendere pubbliche quelle conversazioni con Mancino.

Non lo farà, e vorremmo ben vedere il contrario. Chi lo chiede sa che non lo farà, ma lo chiede perché fa gioco al montare dubbi e incrinare credibilità.

Non si tratta solo di diritto alla privacy nelle relazioni interpersonali, che solo potrebbe trovare antagonismo nella necessità di indagine giudiziaria e/o nel diritto di cronaca e di informazione dell’opinione pubblica. La prima non c’è. La seconda c’è, ma se le carte non escono fuori, se le telefonate non sono state trascritte o se trascritte riposano in cassaforte, beh, non si può chiedere al Ramo di segare l’Albero.

Non è solo privacy, dicevamo, ma anche tutela del “sacro” retroscena del Potere. In breve, Ragion di Stato.

Mettiamo il caso che un bravo giornalista riesca a trovare una fonte (qualcuno dello staff del Quirinale, o qualcuno vicino a Mancino, oppure qualcuno nel circuito Procura-polizia giudiziaria) e apprenda i dettagli delle conversazioni del Presidente. Pubblicarle sarebbe super scoop, massimo esercizio del diritto di cronaca. Mettere a nudo il Potere è sogno di qualsiasi cronista ed è anche un suo diritto-dovere (temperato a volte da altre ragioni meritevoli di tutela, come qualsiasi buon manuale di giornalismo spiega).

Chiedere a Napolitano di rendere pubbliche quelle conversazioni, però, è esercizio vano. E anche un po’ peloso, perché invece di criticare legittimamente il Presidente per le sue azioni politiche, si lascia passare un messaggio sotterraneo che ne inficia la credibilità, persino l’onestà. Lo si fa passare, neanche tanto velatamente, per “regista” di un fantomatico tentativo di depistare le indagini sulla Trattativa Stato-Mafia degli anni ’90.

Si può ben essere convinti della legittimità del proprio agire e del proprio conversare privato, senza avere il desiderio di renderlo pubblico. A maggior ragione se si è Capi di Stato, in un momento di transizione epocale a livello politico, economico e finanziario.

Fra qualche mese la Consulta dirà qualche parola “ultima” sulla questione, speriamo.

Se abbiamo fiducia in questa suprema istituzione costituzionale, allora attendiamo il giudizio senza pensare che questo non sia sereno in quanto inficiato dall’autorità di chi ha richiesto il suo parere (Napolitano).