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E finalmente vide Cruijff

giovedì, luglio 8th, 2010

Scocciato dal calcio moderno, in piena atmosfera da Mondiali, cercò quiete e riposo nel magico mondo di Youtube. Il tuo cinema a pagamento, il tuo godimento video on demand, il portentoso contenitore di sogni, a piacimento per giunta, che ogni bambino avrebbe desiderato da piccolo.
Eravamo alla vigilia di Olanda-Spagna, finalissima dei Mondiali di Sudafrica.

Ammaliato dalla Spagna sapientemente leziosa e assassina dal compasso affilato, pur se un po’ invidioso, cercò conforto pensando all’Olanda, al calcio totale, ai tulipani del calcio che veramente sembrano fiori nel vento, armoniosi e armonizzanti steli. Tulipani nelle tempeste magnetiche dell’estetica applicata. Qualcosa di bello, comunque, una tempesta che non necessita di impermeabili, che non bagna se non di sudore. E che sudore, con quel caldo di luglio afoso, di estate italiana senza la gioia mundial e con la malinconia di essere diventati brocchi e brutti, burrosi e decaduti.

Olanda Spagna si avvicinava, intanto. Meglio Cruijff e Van Basten, però, che Sneijder e Robben. Perché l’antico ha più fascino del moderno. La “i” e la “j”, l’una dietro l’altra, l’una prima dell’altra (e non viceversa). Coppia di segni lisci, che allisciano la bocca e allappano l’animo estetico. Come una caramella che non stufa. Anche i suoni non latini sanno essere dolci, altroche.

Perché le immagini d’antan restituiscono una polvere video che esalta l’impossibilità di raggiungere tempo e spazio. Perché, infine, esiste qualcosa che si può chiamare l’insulso del presente.
Perché “van” è prefisso nobile, suffisso del cigno, nota sul pentagramma di un lago liberty.

Perché il presente è più stantìo del già finito, del passato, della storia. E allora si tuffò nell’assaporare le immagini. Fluido, veloce, ritmato, il doppio tulipano olandese Cruijff Van Basten è un’entità quasi unica nella sua memoria di luce. Doppia persona, unica idea. Superba, anche troppo per identificarsi con la vittoria senza freni. Bel concetto, florido di imperfezione.

Mai un Mondiale vinto. Giusto un Europeo, con quell’incrocio assurdo sull’invincibile Dasaev. Il canto del cigno dell’orso sovietico, il cigno che cantò annunciando muri che sarebbero caduti e guerre fredde che sarebbero tornate calde di lì a poco.

Uno, 1988, lo vide da bambino, l’altro con le zampe di elefante lo lesse nelle riviste sportive e nei sogni che le accompagnavano, cercando di meritarsi almeno una parentesi di domenica sportiva, di pressing, di dribbling. Ma non capitava mai, il condottiero del calcio totale rimaneva soltanto una totale allucinazione onirica, per i suoi occhi.
Mai che lo dessero in televisione, fottuto servizio pubblico che non dà spazio alla cultura oppure glielo dà ma alle tre del mattino. L’arte non è solo pinacoteca, perdinci. Proiettate Cruijff nelle scuole, e ovviamente nei campetti di periferia. Crescerete così nuove generazioni con il sorriso più difficile da rincoglionire.
Il Papero d’Oro: un mai visto già vissuto nella pre incarnazione, o nell’esistenza spermatozoica. Sognare a occhi aperti qualcosa di cui si è sentito l’odore, di cui si sono sfogliate e rilette le evoluzioni. Su carta, solo l’anelito irraggiunto. La sintesi, ora, nella richiesta fatta al Tubo. Eccolo là, fluido, vivace e delicato, morbida carezza alla divinità sferica, lancinante grido della palla di cuoio martorizzata in fondo alla rete, o scolpita con un cesello, con un taglio di rasoio nella panna.
Il calcio ha un potere taumaturgico, quella sera lo comprese. Era arte, viva, on demand. Modulabile, ripetibile, esperienza finita e ciclica, fruizione polisensoriale, sinestesia di silicio.
Era un benvenuto alla finalissima, una parentesi di felicità, un distacco dal presente.
Fu così che, finalmente, vide Crujiff.