Archivio per la categoria ‘corruzione

La merda saluta

lunedì, marzo 15th, 2010

melma e palude, appiccicume e saliva, insetti e curve pericolose, bustarelle e telefonate, salotti e finzioni. Benvenuti nella più lercia delle europee nazioni

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più

martedì, marzo 31st, 2009


(Mario Chiesa davanti al tribunale di Milano in una foto del 1992, fonte archivio Corriere della Sera)

Si chiama Mario Chiesa, ve lo ricordate?
Il suo arresto nella veste di presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, nel 1992, diede la stura all’inchiesta “Mani pulite”.

Beh, oggi il 65 enne milanese è passato dal campo dei servizi sociali a quello del ciclo dei rifiuti. Secondo i Carabinieri di Milano che lo hanno arrestato però (leggi la notizia qui) sarebbe coinvolto nella gestione di un traffico illecito di rifiuti pericolosi.
L’accusa che lo ha rimesso nei guai è quella di truffa.

Evidentemente non gli avevano ben pulito le mani.

Il solenne tradimento: golpe giudiziario e mafia bianca

venerdì, gennaio 23rd, 2009

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Chi tocca il tasto sbagliato viene trasferito from Pandora TV on Vimeo.

Carlo Vulpio è un giornalista all’antica. Anche la storia della magistratura lucana e calabrese coinvolta dall’inchiesta Toghe Lucane del pm Luigi De Magistris (quando lavorava a Catanzaro) è una storia all’antica.
No, anzi, è una storia modernissima. Modernissima come può essere moderna l’insipienza, l’ingiustizia senza vergogna che rende piccoli piccoli tutti i precedenti. Moderna come può essere moderno un “golpe giudiziario” mai ricordato nella storia italiana, quello che sarebbe stato commesso da una Procura (quella di Catanzaro) che è stata indagata (siamo in uno stato di diritto) con gravi accuse. E che per ritorsione, invece di appellarsi ad altri magistrati, eserciterebbe l’azione penale e di polizia giudiziaria contro la Procura che la sta indagando (quella di Salerno).
Anzi no, un precedente c’è, e sarebbe gravissimo. E’ quello della Procura di Matera, composta da magistrati galantuomini che, sentendo il fiato sul collo di De Magistris durante la sua conduzione di Toghe Lucane, avrebbe deciso di reagire con questo metodo: indagare chi indaga su di te, controllare chi ti sta controllando, attaccare chi ti attacca.
Questo è fuori dalla grazia di Dio, in un paese democratico. Che poi per fare questo, come racconta benissimo Vulpio, si è costretti ad inventare un capo di imputazione delirante, inesistente (associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa), intercettare in modo subdolo il giudice che sta indagando contro di se’, “sbirciandolo” dalla serratura non direttamente ma nei suoi colloqui con i giornalisti (gravissima violazione del diritto alla segretezza delle fonti per i giornalisti) e con un capitano dei Carabinieri, beh allora non sorprende e non esorbita dal vero la definizione di golpe giudiziario usata da Vulpio.

Cos’è infatti un golpe? E’ la presa violenta del Potere, aggirando in maniera più o meno cruenta le regole dello Stato di diritto, scelte da una nazione e da un popolo per la propria vita collettiva, sulle quali opera e sulle quali si fonda proprio quello Stato che in teoria si dovrebbe difendere, se si è nella veste di magistrati. Uno Stato di diritto, si badi bene, grazie al quale la magistratura stessa esiste come potere autonomo dello Stato.

Una magistratura che compisse un golpe giudiziario, per quanto incruento (almeno nel senso letterale nel termine), rappresenterebbe un fatto inquietante. Rappresenterebbe il trionfo del corporativismo malato, la vittoria della mafia bianca. Cosa c’è infatti che può spingere i dignitari della Legge e i custodi della Costituzione a tradire così clamorosamente proprio quei principi sui quali giurano, e per i quali dovrebbero lottare ogni giorno, anche in forza del proprio carisma sociale e del giusto rispetto economico che ne deriva e che permette loro una vita agiatissima?
La risposta è che questa spinta al solenne tradimento potrebbe venire solo da una forza più forte, più sicura, più garantita e gratificante del rispetto della Legge e della propria scelta di lavorare come suoi custodi.
Questa forza è la mafia, la “mafia bianca”. Un concetto, non un nome proprio. Ma un concetto dalla potenza pienamente dispiegata.
Mafia senza coppola, senza bunker sotterranei e fughe nelle fogne come Giuseppe Setola. Mafia fatta di Potere e di accumulazione del Potere, di ossessione del Potere, di paranoia compulsiva da Potere. Una malattia che genera vincoli di fratellanza e istinti di difesa collettiva, che parte dall’essenza stessa della mafia. Cioè il rispetto assoluto verso una comunione di intenti tenuta in piedi dal Potere nel suo lato più oscuro. Un rispetto assoluto oltre la vita e la morte, oltre i propri solenni giuramenti, anche oltre le cose e le idee più giuste del cuore umano. Chi compie questo solenne tradimento è come un uomo che uccide il proprio padre per avere l’eredità. Chi compie questo solenne tradimento non ha coscienza.

Mafioso, in questa accezione, è colui che ama il Potere con ogni fine, mafiosi sono coloro che difendono questa voglia di Potere, mafiosi sono coloro che vivono questa corsa al Potere aggirando il potere legittimo che uno Stato ha dato loro. Una Mafia dentro lo Stato, una Mafia che si fa Stato annullando l’antiStato, perché è diventata più Stato dello Stato.

Per questo generano angoscia le vicende raccontate da Carlo Vulpio, se un giorno dovessero ricevere una conferma definitiva e inequivocabile. Se così fosse, sarebbe un venir meno della terra sotto i piedi, sarebbe un cielo nero quando si cerca la luce del sole. Sarebbe un solenne tradimento di una negativa potenza epica. Il Male non è nero come lo si dipinge, il Male è anche bianco, bianchissimo.
Il Male è uccidere tuo padre quando lui ti tende la mano perché ha bisogno di te. Questo, metaforicamente, potrebbe stare accadendo, ora e qui?

Mi devi un favore, di qua e di là

mercoledì, dicembre 24th, 2008


[Alfredo Romeo, foto Repubblica.it]

“Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione”.

Quoto in pieno un articolo di Roberto Saviano su Repubblica, comparso il 20 dicembre scorso.
Saviano fa un discorso tondo e onesto, aggrappato al clima di inchieste e arresti di questi giorni (in Campania, in Abruzzo, dalfonsi, romei, gambali,mautoni, generali della finanza presunte talpe).
E, Saviano, si conferma intellettuale onesto intellettualmente, sganciando fra loro l’inevitabile anatema contro la corruttela dilagante e la critica “fenomenologica” del fenomeno corruzione dalla politica. O, meglio, agganciandole entrambe all’esaltazione del concetto di Politica vera, quella al servizio degli altri.
Quoto ancora questo estratto del pezzo di Saviano
“Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento”.

IL DUBBIO ora è uno.
Anche qui si ripresenta il dilemma, il problema, l’equazione da risolvere e la formula da trovare: come agganciare la riflessione critica a un’azione concreta? Nella realtà, nei governi, nelle amministrazioni pubbliche, come si trasferiscono la lucidità di un’analisi dalla giustezza innegabile e dalla indiscutibile rotondità dialettica?

Sembra una domanda banale, ma è lo scoglio su cui si infrangono molti buoni concetti e consapevoli apripista. Uno scoglio grande, enorme come la complessità della vita umana, infido come il Potere. La sfida del futuro. E del passato.