Archivio per la categoria ‘cronache

Napolitano e il Potere al telefono

domenica, settembre 2nd, 2012

E’ ovvio che il presidente Napolitano non voglia vedere sui giornali le proprie conversazioni. Il Quirinale deve essere “terzo”, non può permettersi che le valutazioni fatte in privato dall’uomo che pro tempore lo rappresenta vengano spiattellate su pubblica piazza.

Ne andrebbe della sua credibilità, accadrebbe un terremoto fra i partiti politici che sostengono una “strana” maggioranza trasversale a sostegno di uno “strano” governo tecnico, nato proprio su iniziativa del Quirinale in un momento di forte instabilità economica del paese e di appannamento dell’immagine internazionale del suo esecutivo. Quel Governo, per farla breve, rischierebbe di cadere.

Quelle telefonate configurano reati, o lasciano intravedere fatti degni di un’indagine alla ricerca di reati? Possibili attentati a istituzioni e poteri pubblici? No, lo dice la Procura di Palermo. Esprimere in privato dei giudizi non lusinghieri a proposito di un uomo che rappresenta un potere pubblico (il Governo) o di un gruppo di uomini che rappresenta un altro potere pubblico (il potere giudiziario) rientra nel legittimo diritto di opinione che tutti hanno, anche Napolitano. Ebbe a criticare Berlusconi, Procura di Palermo, Di Pietro? Forse, non si sa, si dice, si scrive, si paventa. E’ reato? No, fintanto che il giudizio poco lusinghiero rimane privato (qualora fosse pubblico potrebbe essere diffamazione etc etc). E’ un’espressione di libera opinione? Sì.

E’ facile e un po’ aleatorio dire a Napolitano “male non fare, paura non avere”, invitarlo a rendere pubbliche quelle conversazioni con Mancino.

Non lo farà, e vorremmo ben vedere il contrario. Chi lo chiede sa che non lo farà, ma lo chiede perché fa gioco al montare dubbi e incrinare credibilità.

Non si tratta solo di diritto alla privacy nelle relazioni interpersonali, che solo potrebbe trovare antagonismo nella necessità di indagine giudiziaria e/o nel diritto di cronaca e di informazione dell’opinione pubblica. La prima non c’è. La seconda c’è, ma se le carte non escono fuori, se le telefonate non sono state trascritte o se trascritte riposano in cassaforte, beh, non si può chiedere al Ramo di segare l’Albero.

Non è solo privacy, dicevamo, ma anche tutela del “sacro” retroscena del Potere. In breve, Ragion di Stato.

Mettiamo il caso che un bravo giornalista riesca a trovare una fonte (qualcuno dello staff del Quirinale, o qualcuno vicino a Mancino, oppure qualcuno nel circuito Procura-polizia giudiziaria) e apprenda i dettagli delle conversazioni del Presidente. Pubblicarle sarebbe super scoop, massimo esercizio del diritto di cronaca. Mettere a nudo il Potere è sogno di qualsiasi cronista ed è anche un suo diritto-dovere (temperato a volte da altre ragioni meritevoli di tutela, come qualsiasi buon manuale di giornalismo spiega).

Chiedere a Napolitano di rendere pubbliche quelle conversazioni, però, è esercizio vano. E anche un po’ peloso, perché invece di criticare legittimamente il Presidente per le sue azioni politiche, si lascia passare un messaggio sotterraneo che ne inficia la credibilità, persino l’onestà. Lo si fa passare, neanche tanto velatamente, per “regista” di un fantomatico tentativo di depistare le indagini sulla Trattativa Stato-Mafia degli anni ’90.

Si può ben essere convinti della legittimità del proprio agire e del proprio conversare privato, senza avere il desiderio di renderlo pubblico. A maggior ragione se si è Capi di Stato, in un momento di transizione epocale a livello politico, economico e finanziario.

Fra qualche mese la Consulta dirà qualche parola “ultima” sulla questione, speriamo.

Se abbiamo fiducia in questa suprema istituzione costituzionale, allora attendiamo il giudizio senza pensare che questo non sia sereno in quanto inficiato dall’autorità di chi ha richiesto il suo parere (Napolitano).

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Ilva: la politica industriale fra morte nera e Mercato

martedì, agosto 14th, 2012

Punti di vista sul caso Ilva.

Un bel reportage della Gazzetta del Mezzogiorno sul quartiere Tamburi di Taranto. Lì si muore, e non da oggi. E un settore economico, quello della mitilicoltura, è già bello che sfumato. Tragedia umana immane. Ma se l’Ilva chiude, molta gente non sa come portare la pagnotta a casa. 

L’editoriale del 13 agosto di Mario Sechi su Il Tempo. Produrre acciaio significa stare nel club dei paesi che contano. Se Ilva chiude, altri produrranno al suo posto. L’occupazione altrove, la povertà in Italia.

L’analisi del fisico e ingegnere Filippo Zuliani su Il Post. “Le emissioni di Ilva ora sarebbero generalmente a posto, fatta eccezione per polveri come il benzopirene che devono essere ricondotte sotto il limite. Rimangono però da bonificare i territori invasi da diossine e polveri precedentemente emesse”. 

Uno sguardo al mercato internazionale dell’acciaio, da Asca.

 

 

 

Le magie della “finanza d’assalto” e l’aumento dei pedaggi autostradali

lunedì, marzo 26th, 2012

Per il Gruppo Benetton, Autostrade è “talmente redditizia che nel 2002 si diffondono voci di una scalata ostile. Per difendersi i Benetton lanciano un’Opa d’acquisto totalitaria, cioè sull’intero capitale, della società che controllano con il 30 per cento. L’Opa scatta nel febbraio 2003 a 10 euro per azione, rispetto ai 7 euro pagati per comprarla nella privatizzazione. Aderisce il 54 per cento del capitale,  e la quota posseduta da Benetton e soci sale all’84 per cento. La spesa è di 6,45 miliardi di euro, ma ai Benetton e ai compagni di cordata questa mossa non costa nulla, perché – mettendo in pratica uno dei comandamenti della finanza d’assalto – si indebitano con la società veicolo dell’Opa, la Newco28 controllata da Schemaventotto, poi scaricano i debiti sulla società con una fusione fra Newco28 e Autostrade, che poco prima è stata trasformata in holding e ha scorporato l’attività operativa in una nuova società controllata, Autostrade per l’Italia. Grazie ai pedaggi che crescono ogni anno, accompagnati da un incremento del traffico, Autostrade ha un flusso di cassa così abbondante che riesce a sopportare il debito senza particolari problemi. Si comprimono un po’ gli utili a causa dell’aumento degli interessi passivi, ma così si pagano anche meno tasse. Insomma, il costo della scalata che rafforza la presa dei Benetton viene pagato un po’ dai contribuenti, perché la società paga meno imposte, e in larga parte dai pedaggi, cioè dagli automobilisti che prendono l’autostrada. E, magia della finanza spericolata, nonostante la società abbia più debiti, aumenta il suo valore perché il titolo continua a salire in Borsa. L’altra faccia di questa situazione è però il rallentamento degli investimenti. Con la privatizzazione la società si è impegnata a investire circa 4,5 miliardi di euro in nuove opere entro sei anni, secondo la convenzione del 1997. I lavori partono in ritardo di circa tre anni, anche per la lentezza delle autorizzazioni. Nel 2003 il piano viene adeguato e portato a 9,5 miliardi. Ma nella primavera del 2011, a undici anni dal passaggio del controllo ai Benetton, gli investimenti realizzati sono poco più della metà dell’impegno iniziale”.

Gianni Dragoni, “Capitani coraggiosi. I venti cavalieri che hanno privatizzato l’Alitalia e affondato il paese”. Chiarelettere editore, prima edizione novembre 2011 (pp. 202-203)

Girone e Latorre nel posto sbagliato al momento sbagliato

giovedì, marzo 22nd, 2012

Insomma, forse ai due poveri pescatori indiani non spararono proprio i nostri “marò” Girone e Latorre dalla Enrica Lexie. No, forse non gli spararono proprio dalla nave italiana, e quindi non gli spararono i nostri militari.
Lo dice forse uno per la strada, o al bar? No, lo dice a Oggi (e ne parla qui Fausto Biloslavo sul Giornale) il comandante del peschereccio indiano, che lascia intendere come a “suggerire” alle vittime quel nome, Enrica Lexie, sarebbero state le autorità marittime indiane.
Non che se ne sia parlato tantissimo, sui media patrii. È tempo di riforme dal gattopardesco sapore, altro che intrighi internazionali.

A delle vittime sicure, i pescatori, si assegnino dei carnefici qualunque, sembra questa forse la dinamica oscura che rischia di far passare brutti guai a Girone e Latorre.
Che le autorità portuali indiane abbiano “suggerito” una barca italiana non stupisce, ammesso ovviamente che sia vero. Vi immaginate cosa sarebbe successo se l’oggetto del suggerimento fossero stati battelli battenti bandiere anglosassoni o francesi o russe? Ecco, ve lo immaginate. Se lo sono immaginati anche gli indiani, sembra.

Oscar: Per Marco Giusti trionfa la naftalina

lunedì, febbraio 27th, 2012

Via il nuovo, dentro il vecchio. Dove sono le novità? Dove sono i film che raccontano l’oggi, il presente? Fra film muti che parlano di cinema muto, e migliori attrici che interpretano politici anni ’80 e che vincevano l’Oscar già prima della caduta del muro di Berlino.

leggi anche Marco Giusti su Dagospia

La lotta con e per la Thatcher premia la grande Meryl Streep

lunedì, febbraio 27th, 2012

Una donna che emerge in un mondo di soli uomini, prima all’università e poi nel mondo della politica. “The Iron Lady”, un dramma più personale che politico, vale il terzo Oscar come migliore attrice alla grande Meryl Streep che dice “non salirò più su questo palco”.

leggi la recensione di “The Iron Lady” da lapresse.it

The Artist? Appassiona e commuove alla faccia del 3D

lunedì, febbraio 27th, 2012

Nell’era del tridimensionale il trionfatore all’Oscar riporta la magia indietro a 80 anni fa, quando il cinema in bianco e nero regalò miti ed emozioni indimenticabili. Un’opera di ottima fattura, un muto che rispetta i canoni d’epoca rimanendo contemporaneo e poetico.

leggi l’analisi di Persinsala-Rivista Online

Ruffiano e prevedibile: The Artist è così?

lunedì, febbraio 27th, 2012

Inerte e prevedibile, ruffiano pur se impeccabile. Così il film muto francese The Artist, stravincitore agli ultimi Oscar? “Più furbo che bello”, dall’interessante idea di partenza ma che racconta il passaggio dal muto al sonoro certo non come Billy Wilder.

leggi il post di Luigi Locatelli

Oscar: per Nanni Moretti “The Artist” è un film sopravvalutato

lunedì, febbraio 27th, 2012

Per il grande regista il film muto francese super premiato è “un piccolo film”, mentre trova meritevole l’iraniano “La Separazione”, statuetta per il miglior film straniero. Le dichiarazioni alla radio (“Hollywood Party”) prima della cerimonia. E quel retroscena con Lynch a Cannes.

leggi anche il pezzo di Maria Pia Fusco su La Repubblica

L’Iran dentro l’Oscar. Ecco di cosa parla “La separazione”

lunedì, febbraio 27th, 2012

Una storia di famiglie alle prese con problemi quotidiani nell’Iran ultra religioso. Una coppia che decide di emigrare, ma che invece va incontro a una separazione. Una figlia adolescente, un padre malato di Alzheimer.

leggi anche la recensione pubblicata nello scorso ottobre su Cineblog.it