Archivio per la categoria ‘interpretazione

Su Grillo, i marocchini e certa superficialità

martedì, settembre 4th, 2012

“Certo, il linguaggio di Grillo è fatto di morti viventi e di zombie, sino al malumore acido del guitto andato a male che ride e invita a picchiare i marocchini immigrati”. (Francesco Merlo, La Repubblica, 4 settembre).

Grillo xenofobo, Grillo massacratore di immigrati, Grillo che attenta alla convivenza civile facendo leva sugli istinti peggiori. La grande stampa ha facile gioco nello spingere l’acceleratore su queste definizioni, sulla scia di questo video ripescato dal 2006 (se ne parla qui) che mette sulla scena del monologo il commento di un fatto di cronaca (un pestaggio da parte di Carabinieri a un immigrato).

Il Corriere.it titola “Beppe Grillo contro i marocchini”, pubblicando questo video in cui ci si capisce di più nonostante il titolo indirizzi il lettore a capirci di meno.

Una certa approssimazione dipinge quel monologo del 2006 come un elogio dei Carabinieri che fuori dalle regole dello Stato di diritto pestano una persona.

Non sembra proprio essere così. Qui un’opinione che va contro l’immagine del Grillo xenofobo.

Un titolo come “Beppe Grillo contro i marocchini” è approssimativo. Incompleto.

La posizione sull’immigrazione che Grillo ostenta in quel video, a ben vedere, è chiara. “Se vengono qui e rispettano le regole bene, se vengono qui a ubriacarsi e sfasciare le vetrine, allora fuori dai coglioni”.

Non è una posizione beceramente razzista. Si può condividere, o perlomeno rifletterci su, senza sentirsi degli orangutan, oppure non è lecito? Perlomeno discuterne serenamente. O no?

Non è messa in bella prosa, certo. Può urtare gli alfieri del politicamente corretto, ovvio. Però se ci si cimenta nel fare l’esegesi del Grillo-pensiero sull’immigrazione, dovrebbe essere quello il concetto cardine da cui partire. Invece si preferisce dire che “Grillo vuole picchiare i marocchini”. Nella migliore delle ipotesi, si dice per superficialità. Nella peggiore, per malafede.

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Ecco perchè il pianto di massa di Pyongyang ci rende inquieti

lunedì, dicembre 19th, 2011

È morto il capo di un paese isolato, il vertice di un regime totalitario, l’alfiere di una dinastia megalomane e fuori dal Mondo, di difficile comprensione. Si potrebbe agevolmente pensare che le scene di isterismo collettivo e di parossistico dolore per la morte di Kim Jong-Il siano la recita di un popolo terrorizzato, la contrizione di rito e sotto spada di un corpo sociale irretito dalla dittatura e spaventato dalla repressione.
Ma se fossero lacrime sincere? La Corea del Nord per noi ė la distopia vivente, il 1984 di Orwell realizzato, un punto di attualizzazione storica e concreta dell’autarchia applicata al comunismo integralista. Culto della personalità e Partito unico dei lavoratori, lacrime che si innalzano al cielo da dove veglia il “presidente eterno” Kim Il-Sung. Divise militari che segnano le generazioni, dai bambini soldatini alle mummie incartapecorite che guidano lo Stato assoluto che tutto veglia e a tutto presiede, che isola e che basta a sè stesso. In una parola, Juche.

La Corea del Nord è una condizione psicologica collettiva applicata alla storia e all’economia. Il paternalismo declinato nel culto dell’infallibilità che, forse, va oltre la paura e la repressione militare, la polizia politica e gli oppositori in galera o nei campi di lavoro forzato.
A Pyongyang è difficile immaginare una Primavera o una rivoluzione. Perchè quelle lacrime possono essere sincere. E perchè quella sincerità starebbe a dimostrare la possibilità della realizzazione concreta dello Stato Totalitario, autarchico e isolazionista, denso di megalomania del Potere e di spirito di Massa proletaria del popolo Lavoratore per la Causa e nella Causa.
Quelle di Pyongyang sono scene sideralmente lontane dall’Occidente disincantato e dal Medio Oriente sempre più smaliziato verso i propri satrapi. Scene letterarie, che hanno echi nella letteratura delle utopie negative, eppure scene reali, se non realistiche. Possono essere considerate alla stregua di messe in scena di un Regime Assoluto, certo, compiacimenti funeraleschi di chi ha il coltello piantato sulla schiena e rappresentazioni mediatiche di una Informazione Unica e di Partito, certo. Ma sono immagini, se non realistiche, certamente Reali. Perchè sono accadute, non sono fotomontaggi o racconti verbali, il pianto collettivo c’è, è accaduto, lo vediamo. Possiamo dubitare della loro autenticità, per via del nostro disincanto e per via delle informazioni di cui disponiamo. Possiamo deprecare l’ipnosi collettiva determinata dall’assolutismo politico. Non possiamo però non credere a quelle immagini, non possiamo giudicarle false, un’invenzione. Sono immagini vere, che si riferiscono a fatti che sono esistiti, che stanno esistendo in un posto molto lontano da noi ma che sta da qualche parte nel mondo.

Sono immagini già viste nella letteratura, se non nella Storia. Eppure sono immagini sempre Nuove, che ci sorprendono radicalmente. Ci chiediamo come sia possibile tutto ciò, ci domandiamo forse ingenuamente come possa darsi una rappresentazione collettiva così coerentemente precisa del Totalitarismo più assoluto. Come possa verificarsi, nel 2012 e in una parte piccola eppur esistente del mondo, una rappresentazione così esatta del più inquietante Regime del Pensiero Unico. Lo osserviamo, e non lo comprendiamo anche perchè siamo osservatori distanti e per niente addentro al Modo di Pensare di quella Cultura così lontana. Giudichiamo l’annuncio iper commosso della speaker del telegiornale di Stato e il pianto collettivo come qualcosa di assurdo, se non di folcloristico, se non di tragicamente buffo. Incomprensibili contorcimenti di un popolo così diverso dal nostro. Ingenue psicologie collettive che potremmo giudicare alla stregua di psicopatologie indotte da Psico Polizie, o dai morsi della Fame provocati da un delirio totalitario, oscurantista e violento.
Il timore dello Stato Assoluto, della sua presenza nella storia, nel 2012, può generare compassione. Rabbia civile, in noi, può persino nascere da quella che potremmo giudicare una compromissione di un popolo intero che non si ribella e che non riesce a guardare al resto del mondo. Fosse facile…
Nelle loro condizioni, nulla è facile, nulla di ciò che sembra facile a noi. Per assurdo, anche se fosse facile per loro ribellarsi, per loro stessi potrebbe non essere considerato utile, apprezzabile. La storia delle dittature è piena di vicende umane che non si rassegnano all’uscita dall’incubo, per le quali anzi quello che dall’esterno viene giudicato come incubo è invece l’unica forma di esistenza possibile, la migliore, perchè l’unica che si è conosciuta nella propria vita.
Ecco, forse l’inquietudine che genera in noi quell’immagine del pianto di Massa deriva proprio da questo. Dal fatto che quelle persone abbiano conosciuto nelle loro esistenze soltanto ciò che a noi sembra assurdo, inconcepibile. Ma lo sembra a noi, che non abbiamo le loro lenti per osservare la loro realtà. Che non viviamo la loro realtà. In questa Distanza irriducibile, sta anche il seme dell’inquietudine. Quel pianto è qualcosa di tragico e incomprensibile, per noi. Tragico, perchè vi scorgiamo (pur con tutti i nostri limiti di comprensione) il seme delle ideologie totalitarie, non solo storiche ma metastoriche, letterarie, la distopia realizzata. Incomprensibile, perchè non riusciamo a comprendere come si possa vivere conoscendo soltanto l’autarchia applicata a un isolazionismo che giudichiamo folle e paranoide. È questa non comprensione che, alla fine, ci lascia quel senso di inquietudine e di mistero.

Speculare, non sperculare: aridatece le Narrazioni (vere)

lunedì, settembre 19th, 2011

Che narrazione di loro stessi e degli altri hanno gli incazzados? Che cosa accomuna il Pd e la tecnocrazia? Che cosa rende un certo tipo di militante politico convinto della propria natura di unico custode della vera rivoluzione possibile, che è quella che regolarmente non accade mai perchè poi secondo lui stesso il Potere tutto mistifica e falsifica se non, nella peggiore delle ipotesi, manipola e reprime? Le esperienze della sinistra radicale in Italia e, potremmo aggiungere, di certo grillismo contemporaneo (ma anche del populismo berlusco-leghista) sono la dimostrazione concreta di una narrazione “inflessibile e frazionista” che manda a puttane il tesoro di soggettività racchiuso nel mai troppo rimpianto “movimento dei movimenti” di fine anni novanta?Il Pd attuale non è altro che il vecchio Pci paternalista con in più la sottrazione (ma l’idea viene meglio resa dal termine “evacuazione”) della lotta di classe come categoria concettuale per reagire alle diseguaglianze e alle sofferenze della gente?Uno stimolante tentativo di pensiero laterale utile ad astrarre dalle contingenze delle escort e del crash finanziario: questo articolo di Andrea Inglese comparso su Nazione Indiana lo leggo così.Affinchè “narrazione” non sia una esclusiva terminologica di Nichi Vendola. E affinchè si torni a parlare di lotta di classe. Non nel senso marxista, ma proprio nel senso di lotta “dotata” di classe. La classe dell’analisi e della riflessione sui cosiddetti “grandi temi” e sulle categorie fondative dell’Agire politico. In una formula, speculazione filosofica vs sperculazione politicante (e, ahimè, spesso anche mediatica) alle vongole. E così sia.

Fazio-Saviano: ecco perchè mi sono piaciuti

mercoledì, novembre 17th, 2010

da Rivieraoggi.it

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché gli elenchi mi ricordano Umberto Eco, la semiologia, i Bestiari e gli Erbari medievali. Mi ricordano il tamburo, danno ritmo al pensiero, sono facili da leggere ma difficili da concepire. Perché gli elenchi danno suggestione al pensiero, e perché la brevità può andare d’accordo con la profondità.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché il complesso vale più delle singole parti, perché è la somma che fa il totale, perché Fazio da solo ha un non so che di piacione che irrita mentre con Saviano questo si sente meno. O comunque si può trascurare. Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché oh, Roberto ha 32 anni. E la gente lo ascolta, davvero. Nel paese per Vecchi non è stupendo, qualsiasi cosa dica?

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché finalmente una trasmissione tv di questo scialbo presente nomina Marco Pannella, guerriero gandhiano.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché i monologhi e l’unità di tempo e spazio sono elementi teatrali. E il teatro ha sempre ragione, perché è libero.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché si sono lette le frasi di Welby, ed è il modo più saggio e profondo per parlare di Welby.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché gli arrangiamenti sulle musiche di Paolo Conte sono eleganti e intensi.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perché è servizio pubblico. Cattedra di insegnamento a una popolazione de alfabetizzata, perché il monologo non è che la forma narrativa dell’insegnamento, perché infine il monologo ha almeno un vantaggio: dribbla con gioia l’urticante accavallarsi delle voci nei talk show, il compendio casinaro di urla e “non mi interrompere”. Lì non si è interrotto nessuno. I politici, poi, hanno parlato per soli tre minuti a testa, senza interrompersi.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano perchè Cetto Laqualunque alias Antonio Albanese è una rappresentazione inquietante e intelligente di un certo modo di essere politico in Italia

Non mi è piaciuto Fazio-Saviano per gli stessi motivi che ha notato Marco Travaglio: un programma troppo “pettinato”, troppo “carino”, che racconta molta storia ma che fa pochi nomi scomodi sul presente. Che raccontando la storia sbaglia pure qualcosa, come quando accomuna i “corvi” subdoli contro Falcone a chi invece il grande giudice lo criticò pubblicamente e non senza ragioni.
Ma siccome anche io come Travaglio detesto gli infallibili e gli encomi da santino, allora ben venga un programma che si fa criticare per motivi seri. Quindi mi è piaciuto Fazio-Saviano. E lo critico proprio perchè mi è piaciuto.

Mi è piaciuto Fazio-Saviano, infine, perché ha detto cose chiare e trasparenti, e così criticarle o apprezzarle è più facile, per tutti.

Ode a Pannella-Bordin

venerdì, marzo 26th, 2010

Conversazioni Pannella-Bordin su Radioradicale,
filippica in lode del Tempio della Parola

Lezioni di storia eretica
Parentesi ellittiche del discorso, non chiuse ovviamente.
Impareggiabile ironia e sospiri.
Vento libertario e un po’ folle.
Più che mai necessario in questi tempi tristi.

p.s. E soprattutto molto tabacco
(cfr. grande amico iocisto)

Mia figlia farà la badante

lunedì, agosto 17th, 2009

pubblicato il 17 agosto 2009. @riproduzione riservata

Cambiano le generazioni, le aspettative e le percezioni sui propri diritti. Si tramutano, da una generazione ad un’altra, con una velocità sconosciuta alle masse fino agli inizi del ‘900. Poi la generazione delle dittature (parliamo del nostro piccolo mondo occidental latino) e della guerra, del “sangue sudore e lacrime” e della Fame. La Fame.

Poi i loro figli, cresciuti nel boom, fortunati come pochi e sfortunati come tanti che ci hanno perso la testa fra troppo benessere, pistole politiche, eroina. Ma appassionati alla vita, alle idee, fiduciosi che il mondo cambiava in meglio. Attendevano con ottimista meccanicità il ciclo degli eventi e delle vite: un lavoro retribuito e garantito, l’automobile, la casa di proprietà e poi anche la casa delle vacanze, la moglie, i figli non troppi perché nel frattempo si è capito che di benessere ce n’è di più quanto meno hai pianti da ascoltare e bocche da sfamare. Le Vacanze.

Poi noi, loro, insomma quelli nati fra anni ’70 e anni ’80. Pasciuti nel benessere e nella bambagia, ma ancora esenti dalla sottile perversione indotta dalle madri che non ti hanno mai fatto giocare a pallone sull’asfalto, del sistema scolastico carcerario dei tempi continuati e delle attività ludiche, dei padri che ti portano in bici accanto a loro con il caschetto in testa. Teledipendenti, affascinati dal passaggio dal commodore 64 alla play station, rivoluzionati da internet e cretinizzati da una Italia mai così scialba e idiota. Ancora le vacanze, ancora il mito della proprietà e dello shopping, ma per questi esemplari di homo sapiens mediaticus non ci sono più le certezze scritte sul granito. Le hanno scalfite le prime moschee sotto casa, le spiagge affollate da venditori abusivi che ti si parano davanti e non riesci a vedere il mare, le chinatown non richieste, il mantra dell’integrazione e i mantra mediatici sulla delinquenza. Ma a fare le badanti però sono ancora più buone loro, le slave.

Le certezze della generazione precedente, però, ora le hanno scalfite le aziende che chiudono per delocalizzare o per morire del tutto. La precarietà, la precarizzazione, lo schifo parcellizzante di mille leggi assurde che van dietro all’economia sempre più di carta, la vita in call center e il posto fisso mai: tutto questo è già da anni che va avanti. Ma ancora tiene quel modello ereditato dal boom, quelle attese che ancora si hanno rispetto al ciclo lavoro, ferie, vacanza, diritti. Pensioni sempre più come miraggi, ma nella vita dell’eterno presente si guarda al futuro solo tramite una vetrina con i prezzi scritti sopra. Ancora tiene la regola del miraggio. Cresciuti nell’ansia del diritto, si fanno i conti ancora a stento con il dover crescere. Siamo ancora bambini, poveri ma viziatelli.

Oggi stanno nascendo le cavallerizze dei buoi che montano la carica, i sassolini calpestati nello scalpiccìo della folla che fugge, i guerrieri di carne fragile che fra un antibiotico e un’ipertrofia ossea da scrivania comprenderanno finalmente che il mondo è cambiato. E che non c’è da fare la rivoluzione, perché è la rivoluzione che fa noi.

Gente per cui l’orizzonte della propria vita è sempre stato quello della crisi, mai quello del boom. Nati al tempo della cassa integrazione di massa, nati al tempo dei lati cattivi della globalizzazione, cresciuti in un mondo colorato e pieno delle sfumature della depressione. Internettizzati da sempre, sicuri e garantiti da mai.

Gente che ha nel sangue e nell’istinto la necessità di corciarsi le maniche, gente che non conosce più l’ipertrofia dei diritti e la distorsione del fancazzismo di Stato.

Gente che tornerà a sporcarsi le mani con unto o terra invece che perder tempo e soldi dietro lauree improbabili e anni inutili in qualche città universitaria. Che farà da badante a qualche vecchio perché è un lavoro sicuro e sempre in crescita, perché di culi da pulire si avrà inflazione. Gente che dovrà tirar fuori le palle per avere competenze nella vita al tempo della limitatezza delle risorse.

Le meglio menti studieranno sistemi e tecnologie della gestione del ciclo dei rifiuti, della produzione energetica alternativa, dei flussi organizzativi delle amministrazioni pubbliche, per l’eliminazione delle code e dell’effetto “vacca al pascolo” negli uffici di Comuni e Province.

Quelli più pragmatici troveranno lavoro come operatori ecologici, come addetti all’ordine pubblico e alla sicurezza privata.

Avremo un popolo di badanti, di raccoglitori di pomodori, di muratori in bilico sui ponteggi per una demolizione e ricostruzione forzata dall’assenza di territorio. Avremo ex immigrati che daranno lavoro agli italiani, “nuovi italiani” dalla pelle meticcia e vecchi italiani con i volti anni ’50 e il ritorno della Fame.

La dittatura delle Vacanze lascerà il posto al concetto di Viaggio? Probabilmente no, non saranno così intelligenti. Ma i nostri figli faranno di necessità virtù, e avranno quella capacità di lottare che viene in dote solamente a chi non ha mai conosciuto la certezza della garanzia e l’aspettativa del dovuto.

Equazioni del giornalismo 2.0

venerdì, maggio 1st, 2009

Il problema della Qualità dell’informazione è strettamente connesso al problema del modello di business

PRIMA EQUAZIONE
Qualità + Modello di business innovativo per l’online

uguale

Possibile rendita economica dell’informazione 2.0

SECONDA EQUAZIONE
Qualità + Modello di business tradizionale

uguale

Non rendita economica dell’informazione 2.0

TERZA EQUAZIONE
Non Qualità + Modello di business innovativo per l’online

uguale

Rendita economica dell’infotainment

QUARTA EQUAZIONE
Non Qualità + modello di business tradizionale

uguale

Grossa crisi dell’editoria, posti di lavoro persi, precariato, qualità ancora minore

(questo post nasce come commento a un post di Luca De Biase)

La parola e noi

mercoledì, gennaio 7th, 2009

(Bologna, piazzetta Marco Biagi; foto da http://www.museoebraicobo.it)

Dal racconto “Carcajada profunda y negra” di Wu Ming 1, ispirato allo scrittore dalla sua presenza sotto casa di Marco Biagi, il docente universitario ucciso a Bologna dalle Br nel 2002, durante i rilievi delle forze dell’ordine. Per leggere il racconto completo, andate qui (e fate una donazione !!!!!!)

Mario Biasi, ci dispiace.

Ci dispiace per te.

Ci dispiace per la tua famiglia.

Ci dispiace per i tuoi amici.

Ci dispiace per la bella stagione che hai fatto appena in tempo ad annusare, per le gite fuoriporta che non potrai più fare.

Ci dispiace per la tua fiducia malriposta nell’ideologia liberista e in un regime che ti ha fatto o – nella migliore delle ipotesi – ti ha lasciato uccidere.

Ci dispiace per quella moltitudine di persone che voleva combattere a viso aperto te e quello che sostenevi.

Ci dispiace.

Ma nessuno può pretendere che ci uniamo alla tua santificazione.

Nessuno può pretendere che di te ci importi davvero, al di là del cliché sulla campana che suona: se suona per tutti, è come se non suonasse per nessuno. Contestiamo il pensiero unico del lutto imposto dall’alto e vogliamo essere liberi di dire che non tutte le morti ci diminuiscono.

Nessuno può pretendere dai lavoratori che rimpiangano davvero chi teorizzava e consigliava contro di loro.

Ragion per cui, d’accordo, ti chiediamo scusa per l’umor nero sotto le tue finestre, e ti chiediamo scusa per las carcajadas.

Ti chiediamo scusa, ma tiriamo innanzi per la nostra strada.


Leggete questo. Questo, a prescindere dalle vostre idee politiche ed economiche, per convincervi della forza della letteratura, della sua capacità di raccontare il mondo senza usare gli schemi e le prigioni della saggistica. Merita rispetto per questo. E non è scontato, va conquistato e tenuto stretto.

Testimoniare; comunicare complessità collettive, stati d’animo sociali. Rischiando l’incomprensione, con il coraggio che dobbiamo, noi tutti, alle parole. Rischiando, ma la ringraziamo, comunque vada.
Questo vedo in “carcajada” (a proposito, in spagnolo significa risata).

Testimoniare la complessità nel frammento della vita vissuta e delle sue forme (Wu Ming 1 è sotto casa di Marco Biagi, anzi di Mario Biasi, quel giorno del 2002 a Bologna, poco importa che lo sia stato davvero, lo è nella short story).

Testimoniare la complessità, inoltre, “giocando” (come gioca un demiurgo, un costruttore di mondi letterari) su di un piano inclinato che non è la critica della realtà, non è la sua osservazione (pseudo) scientifica, non è una ricostruzione giornalistica.

Ma il piano inclinato è tutto questo insieme, oltre ad elementi peculiari. In più, questa dimensione ha ovviamente la creazione di un mondo alternativo al nostro presente (e dici poco….), dove la finzione narrativa può usare il reale per fotografarlo. Una foto è altro dal reale, ma spesso si vuole bene molto ad una foto in quanto è viva.

La creazione di un mondo e la sua osservazione, la partecipazione creativa, l’interpretazione, insomma, da parte del lettore. Quindi i piani inclinati sono due, anche di più, ma non andiamo oltre…

Ora, a me, basta affermare questo: la letteratura (e la poesia*….) sono superiori. Superiori a ogni forma di scrittura che usa il linguaggio verbale, superiori perché se ne fregano delle unità aristoteliche della cronaca, dell’ampollosità spesso vacua della critica. Le conoscono, ne possono anche abusare, certo, ma vanno oltre di esse. La letteratura se ne frega del politicamente corretto. La letteratura è pensiero in azione, sul teatro della vita. Pensiero di un altro, pensiero sull’altro fatto mettendosi dentro il pensiero dell’altro. Cioè andandoci dentro e mettendoselo nel proprio interiore.

Usa le gabbie linguistiche per evaderle, usa e rifiuta gli schemi consolidati per arrivare dritto al concetto. Perciò spesso fornisce l’impressione di essere più reale del reale. Merita rispetto.

La letteratura è sociale, o non è. Oppure è pura maniera, immobile immobilismo travestito da meccanismo per vendere.

La letteratura è un bisogno. Di chi la fa e di chi la fruisce. La letteratura, se è grande letteratura, colpisce con due frasi là dove si arrovellano i distinguo e le dialettiche degli scalatori della retorica.

Se non può essere condivisa idealmente, va comunque amata perché la letteratura siamo noi. Noi all’opera in questo mondo e in altri mondi. Ma siamo noi. Non possiamo odiare noi stessi. Possiamo pensare, noi stessi.

E quando colpisce, colpisce. Al di là delle repliche dovute, delle rettifiche, delle smentite, dei pesi della bilancia. Colpisce e basta. Solo altra letteratura può controbatterle.

Colpisce perché fa pensare, in un mondo sovra informato dove ci vogliono togliere il tempo di pensare. E ci fa pensare perché ci colpisce, entrando dentro di noi e facendoci vedere quello che abbiamo sotto gli occhi durante gli interi nostri giorni. Ma che non abbiamo tempo di vedere.

Per questo una pagina ci illumina. Perché ci restituisce il tempo che il mondo ci toglie.

* poesia, letteratura: uguali, mutuamente comprensivi, genere e specie….chissà e chissenefrega, ora

Si comincia a frullare!!!!!!

martedì, dicembre 9th, 2008

benvenuti nel mio blog,
benvenuto a me stesso sul mio blog..
Eppure rimango dell’idea che un blog sia più di un blog. Che un blog sia un mezzo per l’autodisciplina.
Un blog comunica agli altri, ma il tuo blog lo fai per te stesso. Io lo faccio per me stesso.

Per la mia autodisciplina, per chiarire cosa penso innanzitutto a me, per studiare, per ripassare, per memorizzare.

Trattasi del potere della scrittura, in fin dei conti. Applicata al grande spazio intersoggettivo del web, applicata alle idee.

Non mi piace il social networking.

Un blog può essere l’ultima àncora della scrittura, fuori dai libri, all’esterno delle dinamiche editoriali classiche. Un blog è un’apertura cifrata, un codice offerto al mondo. Non è una vetrina su te stesso, ma è una rappresentazione del mondo firmata da te. Con gli strumenti chiari e semplici del web.
Io non scrivo ciò che sono, ma sono ciò che scrivo. O meglio ciò che assemblo in questo spazio, in questo Frullatore.

In fin dei conti comunicare è tradurre, traduzione è tradimento, trans ducere.
Condurre altrove. Ma anche interpretare.
Ricostruire. Deconstruire. Tradire o addirittura mistificare. Frullare.
Non scrivo ciò che sono, ma sono ciò che traduco. E quello che interpreto, in fin dei conti, sono io. Me stesso.
Il mio mondo è l’atto di interpretare il mondo.
Guardare questo atto mentre si compie aggiunge intepretazione alle interpretazioni.

Il Frullatore aggiunge interpretazioni alle interpretazioni. Vostre e mie.
Se riuscissi anche in minima parte a interpretarvi, a interpretarci e farvi interpretare le vostre interpretazioni, avrei interpretato lo spirito del blog.