Il Wall Street Journal Europe: in Italia assumono solo disabili, sardi e con gli occhi blu

sabato, giugno 23rd, 2012

L’occupazione “in stile italiano”, l’abnorme costo del lavoro per le imprese, le pittoresche (agli occhi degli smaliziati angloamericani) ipertutele del lavoro, la sindacalizzazione e la burocrazia kafkiana che altro non fa che frustrare le ambizioni di investimento e crescita, se non addirittura alimentare l’economia sommersa.

Eh già, eh già….

(ascolta da 8′ 41” a 13′ 08”)

 

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Rassegna stampa “a scrocco” e democrazia: editori, allora mollate il finanziamento pubblico

sabato, aprile 14th, 2012

Chiude la rassegna stampa gratuita quotidiana del sito del Governo, gli editori protestano contro lo “scrocco” indiscriminato.
Indubbiamente il tema della remunerazione del diritto d’autore online è tema serio (questa qui secondo me è l’opinione più interessante e condivisibile letta finora), e non si dovrebbe rivoltare in facili allarmismi contro ritorni della censura e ingabbiamento dei presunti diritti costituzionali al tutto gratis, sempre e comunque.
Il lavoro va pagato, e quello dei giornalisti è lavoro, e di brutto.

Però c’è anche una funzione di pluralismo che va salvaguardata, diamine. Le rassegne stampa online offerte dai siti ministeriali (falcidiate dalle recenti proteste degli editori) e quella sul sito della Camera dei Deputati (fino a quando ci sarà) danno risonanza a voci che altrimenti non troverebbero diffusione (quotidiani di opinione, peraltro sovvenzionati dai fondi pubblici all’editoria, e che quindi abbiamo già pagato anche se spesso anche volendo non li troviamo in edicola), alfabetizzano su questioni che hanno poco risalto sui siti dei principali quotidiani (ad esempio le interessantissime recensioni di libri storici fatte da Paolo Mieli sul Corsera, veri e propri mini saggi).
Sono anche uno strumento di eguaglianza sociale, perchè forniscono accesso a una panoramica informativa che sarebbe fuori dalla portata economica di sempre più persone, visto che anche i migliori adepti dell’informazione ormai ci pensano due volte prima di comprare un paio di giornali in edicola, e sempre più ci pensano almeno mezza volta prima di comprarne anche uno solo.
Insomma, in uno Stato sociale diffondere articoli di giornale da fonti differenziate, in forma gratuita e mediante siti istituzionali, non mi sembra uno scandalo, anzi. Mi sembra anzi la facilitazione del diritto dei cittadini all’informazione e del diritto al pluralismo di coloro che l’informazione la fanno e di coloro che la fruiscono.
Che sono poi i motivi più nobili che stanno alla base del finanziamento pubblico all’editoria, quelli meno nobili essendo il finanziamento “di traverso” ai partiti politici e a potentati vari con i quali il Potere ha interesse a “interagire”.
Perciò, cari editori, se non volete che gli articoli dei vostri giornali passino attraverso le rassegne stampa online dei siti governativi e istituzionali, coerenza vi imporrebbe di non chiedere il finanziamento pubblico all’editoria.
Bello chiedere i finanziamenti pubblici per tutelare il pluralismo, e poi chiedere di sopprimere proprio uno strumento di pluralismo che secondo voi non vi fa vendere i giornali, vero? Che poi va dimostrato che queste rassegne stampa non vi facciano vendere giornali… Primo, perchè sovente queste rassegne non fanno altro che contenere temi politici, qualcosa di Esteri e qualcosa di Cultura, lasciando online e/o a pagamento moltissimi altri contenuti. E secondo, perchè queste rassegne online sono davvero lette da una nicchia di persone (giornalisti, parlamentari e loro assistenti, qualche cittadino onnivoro, e sottolineo qualche).

E tu, caro Governo che fai crescere l’Italia a forza di tasse sui già tassati, questo diritto all’informazione pluralista potresti salvaguardarlo di più, mantenendo la rassegna stampa gratuita e accessibile a tutti.

Quello che di buono c’era nella Lega, l’ha distrutto la Lega stessa, non Belsito

sabato, aprile 7th, 2012

Sì certo, si fa presto a orchestrare “complotti contro l’unica forza di opposizione al governo delle banche” per mezzo di poteri sovranazionali che manipolano e indirizzano indagini. Ma poi si guarda al personale politico e amministrativo della Lega, ai loro volti, alle loro storie, e si fa fatica a scampare da un pur bieco trionfo della fisiognomica. Insomma, se complotto c’è stato, quel tesoriere lì non l’ha mica nominato la Bce, ma la Lega stessa. È la logica medicina ai complottismi. Saresti immune da critiche in senso assoluto? Se la risposta è no, non c’è complotto che tenga.

Comunque, fra tanti dipinti godenti del declino leghista, fra mille intercettazioni e mille disamine politiche, forse la cosa più giusta la scrive Luca Ricolfi su La Stampa di sabato.

“La Lega è destinata a uscire di scena non solo per gli scandali di questi giorni ma perché ha tradito troppo presto il sogno federalista, un’idea più che mai attuale”.
A parte che il referendum di cui parla Ricolfi si tenne nella primavera del 2006 e non nell’autunno, per il resto emerge con forza l’aneddoto del fuori onda nello studio televisivo, quando un politico della Lega disse all’editorialista de La Stampa che la riforma sui servizi pubblici locali sarebbe stata ostacolata dal Carroccio perchè un poco di sana liberalizzazione avrebbe fatto perdere lavoro alle imprese del nord e avrebbe impedito il riciclo dei politici trombati, dei nipoti e degli amici nelle poltrone delle municipalizzate.
Amaro apologo dell’impossibilità riformatrice connaturata a gran parte della politica italiana. Dietro la difesa dell’italianità delle imprese pubbliche o di quelle private destinatarie di appalti si cela un inganno di fondo. Anche se un appalto lo vincesse un’azienda “di fuori” (c’è sempre un “fuori” per chi gongola nel “dentro”) come farebbe a lavorare, se non usando manodopera del posto? Perciò non si perderebbero posti di lavoro, l’attentato della liberalizzazione sarebbe soltanto quello alla gestione del Potere da parte della politica. Altro che chiacchiere.

La verità è che la Lega non ha saputo rimanere immune dal “ministerialismo”, non ha saputo far comprendere agli italiani, tutti e non solo a quelli delle valli bergamasche, che una riforma federalista dello Stato è l’unico modo per educare gli amministratori pubblici spreconi e gestire meglio la spesa pubblica.
Sulla sacrosanta necessità di una gestione razionale delle politiche per l’immigrazione, la Lega non ha saputo emanciparsi da una visione da “bar dello sport”, e per forza che nell’immaginario comune la rivendicazione leghista a una immigrazione regolata è diventata solo razzismo becero.
Alla giusta presa di posizione contro la corruzione nel Meridione, ha risposto governando in una giunta regionale lombarda falcidiata dalle indagini. Alla critica, inattaccabile, contro un certo statalismo che ha coccolato il sud del paese nei suoi vizi peggiori, non ha saputo dare un discorso pubblico immune da demenziali attacchi al tricolore o ai napoletani in quanto tali.
Insomma, la Lega si è distrutta da sola, ha ragione Ricolfi. Ed è un motivo in più per dire “altro che complotto!!!”.

Il migliore spot contro l’anti-antipolitica

giovedì, aprile 5th, 2012

Come è difficile non cedere alle tentazioni dell’antipolitica, a quella rabbia multiforme e non sempre intelligente che ci fa serbar rancore verso gli amministratori della res pubblica…

Quanto è dura non abbandonarsi alle lusinghe del disfattismo, del populismo che si abbevera alle giuste notizie dei costi della casta, e della sua imbelle produttività per i fatti seri di questo paese…

Si, è davvero da tipi tosti, non pensare che meriterebbero tutti di spalare carbone, almeno per vedere l’effetto che fa il lavoro. E’ da asceta gandhiano non aprire la bocca e dare così fiato a improperi, devastazioni dialettiche e qualunquismi assortiti. Certo, è forse da persone mature e consapevoli credere ancora che è meglio la democrazia, persino pessima e involuta e decadente, piuttosto che il libero arbitrio del Potere. Senz’altro è da cittadini sobri e maturi non fare di tutta l’erba un fascio, non internare il Nulla-che-impera e riportare nelle stanze decisionali, finalmente, una ventata di aria nuova. E’ da democratici, infine, sinceri e che hanno studiato, non buttare via il bambino con l’acqua sporca, non abbattersi e credere, sperare, indovinare refoli di cambiamento, battersi ogni giorno affinché le farraginosità delle burocrazie e dei processi legislativi non rendano pura aria contro il vento qualsiasi speranza di cambiamento.

Si, ma come cazzo si fa a guardare questo video senza farsi venire la voglia di sbattere la testa contro il monitor del computer?

Con i gestori delle autostrade Monti mantiene la parola, con gli esodati (ancora) no

mercoledì, aprile 4th, 2012

Lei insiste molto su questo concetto di prevedibilità, cosa significa?
«Le confesso che quando alla fine di dicembre abbiamo visto scattare, per un automatismo delle convenzioni, oltre ai tanti aumenti da noi determinati per esigenze di bilancio, anche quello abbastanza cospicuo dei pedaggi autostradali, abbiamo avuto la tentazione di bloccarli o di differirli. Ma quella sarebbe stata una modifica di contratti in essere e sarebbe stato un argomento in più per dire che gli italiani sono quelli che cambiano le carte in tavola. Se vogliamo invece avere investimenti dobbiamo essere prevedibili».
(dall’intervista di Mario Monti a La Stampa del 4 aprile)

Il nostro premier è sensibile all’incazzatura degli italiani per il continuo aumento dei pedaggi autostradali. Bene. Ha anche avuto la tentazione di bloccarli (a proposito, questa citazione dal libro di Gianni Dragoni ci aiuta a capire meglio come funziona il pianeta autostrade Benetton). Ma il Governo però quei rincari non li ha bloccati, perchè non sta bene modificare i contratti in essere e cambiare le carte in tavola.

Peccato che modificare le carte in tavola è stato proprio quanto è stato fatto con gli esodati. Prima gli si fanno firmare i prepensionamenti con le aziende, anche aziende parastatali tipo Poste Italiane. Poi gli si cambiano le carte in tavola, per fare scoprire loro che sarebbero dovuti andare in pensione più tardi. Quindi li si fanno rimanere senza lavoro e con la prospettiva di andare in pensione fra cinque anni. E, dulcis in fundo, chi gli ha cambiato le carte in tavola senza prevedere un “paracadute” ora non li sa neanche quantificare, il numero complessivo di questi esodati “danni collaterali”.
Già, mai cambiare le carte in tavola, vero?

Agiografie di Monti: cambiare l’antropologia italiana nel mondo

mercoledì, aprile 4th, 2012

“La scrivania di Monti a Palazzo Chigi è coperta di dossier economici e da tutte le classifiche esistenti sulla competitività: la sua missione è quella di cambiare la nostra immagine nel mondo. “

(intervista fiume del direttore de La Stampa a Mario Monti, mercoledì 4 aprile).

Ora, La Stampa è un giornale ben fatto e ha spesso approfondimenti interessanti, gli va riconosciuto. Ma un pochino di “distanza giornalistica” in più, specie nelle prime righe di una intervista fiume, quelle per intenderci che verranno lette di più, non sarebbe stata più obiettiva?

“Missione”, scrivania piena di sudate carte, “cambiare la nostra immagine nel mondo”.

Che so, magari invece di “missione” si poteva dire “il compito che Monti si è dato”.

Invece di “cambiare la nostra immagine nel mondo”, che so, “far vedere che il suo Governo funziona”.

E’ ben difficile “cambiare” l’immagine di un paese, di una cultura, nel mondo. Un’antropologia non la cambia un premier in viaggio di Stato. Sono questioni di secoli, di libri, di notizie quotidiane, di comportamenti.

Scrivere in quella maniera assertiva che “la sua missione è cambiare l’immagine dell’Italia nel mondo” implica assumere che questo sia possibile. E da un giornalista serio come Calabresi ci si attendeva una maggiore presa di distanza da affermazioni così roboanti, ma troppo poco relativizzate.

La Libia, i vasi di Pandora e la cattiva coscienza dell’Occidente

martedì, aprile 3rd, 2012

Che fine ha fatto la Libia? E’ scomparsa dalle cronache giornalistiche. Non se ne parla più. La guerra dell’anno scorso è negli archivi, la fine cruenta di un dittatore lasciato alle grinfie della violenza piuttosto che alle meritate tenaglie del diritto internazionale rimane lì, destinata a impolverarsi, nel repertorio video buono solo per essere ripescato in qualche documentario.

“Presa Diretta” di Riccardo Iacona ha avuto il merito di dedicare una interessantissima puntata speciale alle condizioni attuali della Libia (clicca qui per rivederla). Fra poche luci di nascente democrazia, e molte ombre di perdurante guerreggiare clanico, la Libia oggi è un vaso di Pandora, e l’ha scoperchiato l’Occidente. Aiutando i ribelli a spodestare un tiranno certamente sanguinario e impresentabile, ma “dimenticandosi” la pacificazione, la tenuta del Diritto, se non per quanto riguarda le iper protette oasi di sfruttamento del petrolio. La nuova declinazione della “guerra umanitaria” cambia l’apparenza, ma non le conseguenze. Non si mandano più i marines o gli alpini, troppi ne sono caduti in Iraq e Afghanistan, in Somalia. Troppi soldi per le malandate casse statali occidentali. Meglio far fare il lavoro sporco ad altri, ai “locali”, gli si forniscono armi, al massimo qualche istruttore militare. Coscienza pulita, e risultato assicurato ugualmente. Nessun morto occidentale. Ecco la nuova strategia della “guerra umanitaria”.

Oggi in Libia i nuovi oppressi sono coloro che per paura o per fame hanno fiancheggiato il regime di Gheddafi. Destino tragico di tante guerre di liberazione, il portarsi dietro l’odio violento per gli sconfitti, la rappresaglia verso collaborazionisti veri e presunti. Sparati per strada, rinchiusi in campi profughi, detenuti in prigioni per “proteggerli”. Fra loro ci sono libici e africani, componenti della tribù gheddafiana ed ex mercenari provenienti dal grande continente nero. Quelli che, diversamente dai tuareg, non sono scampati dalla sconfitta gheddafiana portando con loro le armi gentilmente fornite dal colonnello (qui il bravo Domenico Quirico racconta benissimo cosa stanno combinando oggi i tuareg in Mali, al riparo dalle preoccupazioni democratiche dell’Occidente che ha lasciato duemila guerriglieri pieni di armi).

L’Occidente scoperchia i vasi di Pandora, alza il coperchio, fa scappare gli spiriti, rompe equilibri e lascia i cocci alle popolazioni locali. L’unica cosa che rimette a posto sono i propri, di equilibri. Sfruttamenti di risorse petrolifere, o basi militari, o avamposti diplomatici legati a meccanismi economici.

Diritti umani e democrazia, in questi scoperchiamenti, si rivelano grimaldelli buoni per la fase iniziale, le coalizioni dei “volenterosi”, gli spodestamenti dei tiranni. E’ successo in Iraq. Con motivazioni diverse è successo in Kosovo, e proprio un bel documentario di Iacona (“La guerra infinita”) di qualche anno fa fece conoscere al mondo le condizioni drammatiche in cui vivono i pochi serbi rimasti in quel territorio ormai albanese.

Il vaso di Pandora, l’Occidente lo apre. Ne sortisce di tutto, ma quelli sono danni collaterali. Dettagli. Non possono preoccupare i nostri leader democratici e pro diritti umani. Sono materia per documentari, al massimo.

Ma rimane la cattiva coscienza dell’Occidente. Ed è per questo che ci siamo dimenticati della Libia.

Esodati: vuoi vedere che l’Inps ne conosce il numero e non parla?

domenica, aprile 1st, 2012

Sembra davvero strano che l’Inps non conosca il numero degli “esodati”, i prepensionati per via delle ristrutturazioni aziendali che ora, dopo l’innalzamento dell’età pensionabile, si ritrovano senza lavoro e senza pensione.

Sembra strano che il ministero della Fornero, varando la riforma previdenziale, non si sia posto il problema della quantificazione esatta di quelli che sarebbero rimasti “fregati”. E che si fanno così, le riforme?

Scrive Roberto Giovannini su La Stampa: “C’è chi dice che all’Inps invece quanti siano gli esodati lo si sappia, ma non lo si dica per ragioni di opportunità politica. Altri esperti spiegano invece che calcolarli è tecnicamente complicato per ragioni burocratiche e procedurali”.

E vuoi vedere allora che nel lauto compenso di “Mister Inps” Antonio Mastrapasqua, il presidentissimo della cassaforte dei nostri contributi pensionistici, presidente di innumerevoli altri cda e collegi sindacali, rientra anche il dovere di astenersi dal comunicare un numero, almeno una stima, su questi benedetti esodati? Anche a costo di fare “scena muta” davanti ad una audizione parlamentare?

La logica pone la classica domanda “delle due l’una”. O qualcuno nel Governo si arrabbierà con l’Inps perchè ancora non conosce il dato esatto. Ma questo ancora non avviene, e probabilmente non avverrà.

Oppure l’Inps ha la consegna della riservatezza sul numero degli esodati. Perchè il Governo non sa ancora come fare e cosa tirar fuori dal cilindro. E le dichiarazioni domenicali del molto telegenico sottosegretario Polillo ci fanno propendere per questa seconda ipotesi.

AGGIORNAMENTO Domenica sera il ministro Fornero fa seguito ad alcune voci di corridoio trapelate dal Ministero del Lavoro, le quali avevano appena stroncato Polillo dicendo “Accordi con le aziende nulli? Se Polillo sa come fare, se ne faccia carico lui”.

La Fornero, da parte sua, prendeva le distanze da Polillo dichiarando al Corriere (sempre più “vicino vicino” al Governo Monti) che “serve una soluzione seria e questa soluzione non verrà certo annunciata in tv una domenica sera”.

Abc: Alfano e Bersani nei casini

giovedì, marzo 29th, 2012

Non vorrei essere in Bersani: aveva la vittoria elettorale in tasca, eppure durante la lunga caduta di Berlusconi si è accontentato del colpo di mano di Re Giorgio, ha steso il tappeto rosso al governo dei professori e ha votato senza fiatare quella riforma delle pensioni che ora lascia per strada gli “esodati”. Ora chiede il rispetto del Parlamento, parla di un Paese che prenderà a cazzotti i politici e dice “per strada fermano me, non Monti”. Al voto, al voto: non lo disse a tempo debito (pubblico), ora si tenga il “dittatore” (in senso antico-romano, l’uomo chiamato – anche se non acclamato – a risolvere problemi. Non siamo arrivati ai Monaci al Potere, ecco allora il Dictator, e lo si disse qui in tempi non sospetti).

Non vorrei essere in Alfano: non solo perchè l’unanimismo può esser presagio di una veloce disfatta futura (eletto segretario del Pdl all’unanimità, lo ricordate? Beh, l’unanimismo nella sua fase discendente sovente si trasforma in detronizzazioni cruente. Beninteso, qui si parla di zucchero, ma sempre detronizzazione è). Non vorremmo essere nei panni di coloro che appoggiano la parte politica che negava la Crisi, che non è stata in grado con la maggioranza più ampia della storia di fare una cavolo di legge vera e per la crescita, che ha tuonato per anni contro le mani in tasca ai cittadini e poi non ha ridotto granché le tasse. Ora il Pdl naviga di conserva. Al voto crollerebbe, e infatti impiccia leggi elettorali nel sodalizio Abc che non facciano male a nessuno. Perché tutti e tre, AlfanoBersaniCasini, hanno timore di perdere, pur se tutti hanno voglia di vincere. E allora che si vinca in tre. Grosse paure, grosse koalition.

Alfano e Bersani nei Casini. Nel senso di Pierferdy, ovviamente. Che diceva “Io centro”, ovviamente. E’ lui, il vero democristiano 2.0, colui che di più e più a testa alta sostiene Monti, infatti. Non tutti lo capirono, ma più dell’orgoglio moderato potè l’orgoglio della buona mira. Voleva dire esattamente questo. “Io centro il bersaglio”.

#Articolo18 genera assurde disparità di trattamento. Lo dissero i sindacati nel 1985. E oggi?

martedì, marzo 27th, 2012

Bello scoop di Enrico Marro sul Corriere della Sera. Ottimo lavoro di archivio e fa comprendere tante cose sulla battaglia ideologica e anche un tantino ipocrita contro la riforma dell’articolo 18.

In sintesi, è provato dai documenti del Cnel (consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) che nel 1985 importanti esponenti del sindacato di allora (Lama della Cgil, Benvenuto della Uil, ad esempio) criticavano l’artic0lo 18 per come era formulato in quanto fautore di “assurde disparità di trattamento” fra lavoratori ipergarantiti e lavoratori non garantiti (quelli nelle aziende sotto ai 15 dipendenti). E l’istituto della reintegrazione sul posto di lavoro veniva criticato in quanto “non è previsto da nessun ordinamento nei termini nei quali è previsto dal nostro diritto”.

La questione è tutta qui, per approfondire leggetevi l’articolo di Marro.

Non sarebbe male se coloro che si stracciano le vesti per la riforma dell’articolo 18, compresi i “nipotini” di Lama, dicessero come la pensano oggi di quel documento di ieri, a cui contribuì in parte anche Gino Giugni, il giuslavorista padre dello Statuto dei Lavoratori di cui l’articolo 18 è parte.

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