Archivio per la categoria ‘globalizzazione

15O e contraddizioni

martedì, ottobre 18th, 2011

riprendo un mio commento apparso in calce a questo post di Matteo Bordone

Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma una volta era ben peggio. Sono giovane e indignato, come non esserlo. Ma diffido dalle proteste generiche “contro la globalizzazione”: la globalizzazione ci dà gli iPhone prodotti in Cina, ma ci commuoviamo sinceramente per il genio di Steve Jobs. Diffido del pressappochismo della “Casta che deve andare a casa”: perchè porta dei superficiali disinformati a sputare in faccia a Pannella, convinti che abbia votato la fiducia al Berlusca o garantito il numero legale (solenne sciocchezza), senza avere invece della riconoscenza verso l’unico movimento politico, i Radicali, che punta il dito contro lo scandalo anti costituzionale delle carceri italiane sovraffollate.
Diffido delle proteste generiche, preferisco battaglie concrete, mirate. Scommettete che nessun black bloc tirerebbe estintori contro chi approva piani regolatori che devastano quel poco di ambiente che ci rimane? Troppo sforzo mentale capire quel tipo di protesta, troppo di nicchia aderirvi, non ci sarebbe la massa a mimetizzare il gesto vigliacco.
La non violenza, principale forma di ottenimento di risultati immensi da parte degli sfruttati e malpagati, è ben difficile praticarla in centomila persone.
Detesto il precariato, il lavoro flessibile deve avere meno tasse e salari maggiori.
Però vedo anche che nei ristoranti tutte le cameriere sono rumene e bulgare, di italiani e italiane ben pochi. E le badanti? Non ne esiste una che sia nata a nord del Trasimeno.
Nell’agricoltura, trovare un bracciante che abbia studiato Carducci nelle proprie scuole infantili è ormai un’impresa.
Vogliamo tutti un lavoro, ma se è solo da ottocento euro al mese, beh allora meglio non fare nulla, che è pure più comodo. Ci si può svegliare più tardi al mattino e trovare tanti compagnucci con i quali urlare alla Luna.
Detesto la delocalizzazione del Made in Italy, ma vedo tanti ex operai che campano a gratis per due e più anni con la cassa integrazione, facendo magari anche un lavoro in nero.
Cassa integrazione anche ai licenziati delle piccole imprese, allora!!!
Insomma, non so se sia il caso di sorridere. Di certo un’incazzatura sterile fa sorridere proprio i mittenti dell’incazzatura.

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Lavoro e produzione al tempo della Rete

lunedì, settembre 26th, 2011

La Rete sta smontando millenni di centralità della Produzione e della Fabbricazione nell’attività economica umana?
Un industrialismo senza fabbriche (o con sempre meno fabbriche) come quello italiano che ragione ha di essere difeso, se non la voglia di non tangere i paradigmi dei sindacalismi e della cassa integrazione? 
Il lavoro come Produzione al tempo del Web è destinato a diventare lavoro come Relazione? Il valore economico, nei paesi occidentali, verrà generato dalla creazione di Relazione, piuttosto che dalla creazione di Prodotti?

Attenzione, però. Il vecchio sistema lavorista sopravvive,non viene smontato o annullato dalla Rete. Sopravvive in Cina, nella”fabbrica del mondo”. La Rete (anche lei) lo ha spostato in economieche non hanno l’attenzione occidentale verso il welfare e verso lacorrispondenza fra salari e benessere comune. Insomma, bene il cambio diparadigma, però credo che bisognerebbe anche considerare che un “consapevolecittadino digitale” si deve porre delle domande sul dove vengono prodottii propri oggetti tecnologici. “Smarterie” che ci smaterializzano e cifanno produrre relazioni e svolgere funzioni, ma che a loro volta sono prodottimateriali. Della Fabrica del mondo, che non siamo più noi (ahimè? per fortuna?).
Siamo liberi di smaterializzare esistenze e produzioni, dunque, proprio grazie a dispositivi tecnologici che vengono prodotti materialmente in quei paesi che sono rimasti ancorati al vecchio paradigma della fabbricazione. 
La smaterializzazione si basa dunque sulla estrema materializzazione da parte delle economie che si sono accollate le necessità produttive del mondo. Ecco dove e come producono i nostri iPhone.
C’è un risvolto politico in questo? Credo di sì. Credo che sia difficile rinunciare a una visione universalistica della lotta a favore degli oppressi e dei diseguali. Ma ci si rinuncia, perchè la Cina è lontana e come potremmo provare a imporle diritti occidentali ai lavoratori, se fra poco ci si comprano l’intero Stivale sotto alla linea del debito e sopra la linea della terra materiale?
Insomma, stiamo diventando smaterializzati. Ma ci tengono per la collottola ugualmente, proprio coloro che ci aiutano (o ci aiuterebbero, visto il perdurante digital divide della web economy italiana rispetto al resto del mondo avanzato) a smaterializzarci.
Quindi, in definitiva, l’Italia potrebbe essere smaterializzata e fottuta. Fottuta perchè smaterializzata senza tirarne fuori soldi. Mentre altri G20-Bric-“Paesi fighi”, invece, si smaterializzano ma almeno riescono a non rimanere fottuti. Da noi ogni due posti perduti per colpa di internet se ne creano tre per merito di internet, in Francia cinque.
Smaterializzati e fottuti. Teniamoci almeno la terra, la nuda terra, i campi da mettere a coltivazione. Ci torneranno utili.

Siamo fritti: e ancora da rifriggere

lunedì, maggio 3rd, 2010

Il fonologocentrismo dell’Occidente

giovedì, settembre 3rd, 2009

portavoce di commissioni lontanissime. Mondi lontanissimi. Il contadino riceve 40 centesimi per un tot di pesche da lui prodotte, gli intermediari della distribuzione lucrano, il consumatore paga il tot di prodotto a 2 euro al tot. Più cattivo e serrizzato.
L’intermediazione come categoria della follia economica.

Fonocentrismo: rumore di fondo della comunicazione mediatica
Logocentrismo: predominio del pensiero razionale, critico

contraddizione apparente: come può il rumore di fondo essere razionale? come può il pensiero critico diventare rumore di fondo?

natura svelata:
a-significanza della comunicazione mediatica moderna, bombardante
plus
inspessimento del pensiero razionale e critico su calli ossei del pensiero dovuti allo scarso esercizio dello stesso
plus
moltiplicazioni dei canali di trasmissione della comunicazione
plus
limiti di fondo della comprensione umana in condizioni di sovraffollamento percettivo
uguale
il pensiero laterale viene riportato al centro, o ci si riporta da solo per azione reattiva

FONOLOGOCENTRISMO DELL’OCCIDENTE
Finisce il logos, entelechìa del nulla

Mia figlia farà la badante

lunedì, agosto 17th, 2009

pubblicato il 17 agosto 2009. @riproduzione riservata

Cambiano le generazioni, le aspettative e le percezioni sui propri diritti. Si tramutano, da una generazione ad un’altra, con una velocità sconosciuta alle masse fino agli inizi del ‘900. Poi la generazione delle dittature (parliamo del nostro piccolo mondo occidental latino) e della guerra, del “sangue sudore e lacrime” e della Fame. La Fame.

Poi i loro figli, cresciuti nel boom, fortunati come pochi e sfortunati come tanti che ci hanno perso la testa fra troppo benessere, pistole politiche, eroina. Ma appassionati alla vita, alle idee, fiduciosi che il mondo cambiava in meglio. Attendevano con ottimista meccanicità il ciclo degli eventi e delle vite: un lavoro retribuito e garantito, l’automobile, la casa di proprietà e poi anche la casa delle vacanze, la moglie, i figli non troppi perché nel frattempo si è capito che di benessere ce n’è di più quanto meno hai pianti da ascoltare e bocche da sfamare. Le Vacanze.

Poi noi, loro, insomma quelli nati fra anni ’70 e anni ’80. Pasciuti nel benessere e nella bambagia, ma ancora esenti dalla sottile perversione indotta dalle madri che non ti hanno mai fatto giocare a pallone sull’asfalto, del sistema scolastico carcerario dei tempi continuati e delle attività ludiche, dei padri che ti portano in bici accanto a loro con il caschetto in testa. Teledipendenti, affascinati dal passaggio dal commodore 64 alla play station, rivoluzionati da internet e cretinizzati da una Italia mai così scialba e idiota. Ancora le vacanze, ancora il mito della proprietà e dello shopping, ma per questi esemplari di homo sapiens mediaticus non ci sono più le certezze scritte sul granito. Le hanno scalfite le prime moschee sotto casa, le spiagge affollate da venditori abusivi che ti si parano davanti e non riesci a vedere il mare, le chinatown non richieste, il mantra dell’integrazione e i mantra mediatici sulla delinquenza. Ma a fare le badanti però sono ancora più buone loro, le slave.

Le certezze della generazione precedente, però, ora le hanno scalfite le aziende che chiudono per delocalizzare o per morire del tutto. La precarietà, la precarizzazione, lo schifo parcellizzante di mille leggi assurde che van dietro all’economia sempre più di carta, la vita in call center e il posto fisso mai: tutto questo è già da anni che va avanti. Ma ancora tiene quel modello ereditato dal boom, quelle attese che ancora si hanno rispetto al ciclo lavoro, ferie, vacanza, diritti. Pensioni sempre più come miraggi, ma nella vita dell’eterno presente si guarda al futuro solo tramite una vetrina con i prezzi scritti sopra. Ancora tiene la regola del miraggio. Cresciuti nell’ansia del diritto, si fanno i conti ancora a stento con il dover crescere. Siamo ancora bambini, poveri ma viziatelli.

Oggi stanno nascendo le cavallerizze dei buoi che montano la carica, i sassolini calpestati nello scalpiccìo della folla che fugge, i guerrieri di carne fragile che fra un antibiotico e un’ipertrofia ossea da scrivania comprenderanno finalmente che il mondo è cambiato. E che non c’è da fare la rivoluzione, perché è la rivoluzione che fa noi.

Gente per cui l’orizzonte della propria vita è sempre stato quello della crisi, mai quello del boom. Nati al tempo della cassa integrazione di massa, nati al tempo dei lati cattivi della globalizzazione, cresciuti in un mondo colorato e pieno delle sfumature della depressione. Internettizzati da sempre, sicuri e garantiti da mai.

Gente che ha nel sangue e nell’istinto la necessità di corciarsi le maniche, gente che non conosce più l’ipertrofia dei diritti e la distorsione del fancazzismo di Stato.

Gente che tornerà a sporcarsi le mani con unto o terra invece che perder tempo e soldi dietro lauree improbabili e anni inutili in qualche città universitaria. Che farà da badante a qualche vecchio perché è un lavoro sicuro e sempre in crescita, perché di culi da pulire si avrà inflazione. Gente che dovrà tirar fuori le palle per avere competenze nella vita al tempo della limitatezza delle risorse.

Le meglio menti studieranno sistemi e tecnologie della gestione del ciclo dei rifiuti, della produzione energetica alternativa, dei flussi organizzativi delle amministrazioni pubbliche, per l’eliminazione delle code e dell’effetto “vacca al pascolo” negli uffici di Comuni e Province.

Quelli più pragmatici troveranno lavoro come operatori ecologici, come addetti all’ordine pubblico e alla sicurezza privata.

Avremo un popolo di badanti, di raccoglitori di pomodori, di muratori in bilico sui ponteggi per una demolizione e ricostruzione forzata dall’assenza di territorio. Avremo ex immigrati che daranno lavoro agli italiani, “nuovi italiani” dalla pelle meticcia e vecchi italiani con i volti anni ’50 e il ritorno della Fame.

La dittatura delle Vacanze lascerà il posto al concetto di Viaggio? Probabilmente no, non saranno così intelligenti. Ma i nostri figli faranno di necessità virtù, e avranno quella capacità di lottare che viene in dote solamente a chi non ha mai conosciuto la certezza della garanzia e l’aspettativa del dovuto.

Soli nell’immenso vuoto che c’è

martedì, dicembre 30th, 2008

Un bell’articolo di Gabriele Romagnoli su repubblica.it lancia un messaggio chiaro, inflazionato, quanto difficile e sconvolgente da accettare: e se la molteplicità di forme di comunicazione virtuale non fosse altro che un modo per fuggire dalla solitudine? Una panacea per ottenere compagnia e vincere l’isolamento, tramite un trasversale effetto placebo?

La gente è sola, ha bisogno di confortarsi con proiezioni della propria persona in una rete che maschera i difetti, rende più facile sconfiggere le timidezze, elogia i pregi, accomuna tutti in una dimensione paritetica. Ma se fosse tutto livellato verso il basso? Se, paradossalmente, l’eccesso di comunicazione voglia inevitabilmente dire abbassamento della qualità del comunicato, del detto, dell’immaginato?
L’argomento è vecchio e abusato: ma proviamo a pensare a come sarebbe il nostro mondo senza facebook…il mondo senza sms….
come potremmo recuperare il fascino della proiezione, il gusto della conoscenza fugace, il senso di appartenenza a una comunità condivisa e virtuale?
Boh, forse non ci penseremmo come non pensiamo a una cosa che non abbiamo mai conosciuto.
Forse dalle nostre case usciremmo di più. Passeremmo più tempo nei luoghi della condivisione fisica di esperienze live.

Non sono antitecnologico; non scriverei qui, se lo fossi. Non passerei gran parte del mio tempo libero e lavorativo su internet, come invece faccio. Quindi passatemi questo argomento, e rifletteteci frullando virtuosamente le vostre idee, le suggestioni di chi volete, le esperienze del “vicino di tastiera” e il vostro “fare rete” bellissimo e divertente.

Non vi mette una angoscia formidabile pensare a voi, soli nell’immenso vuoto che c’è, aggrappati a uno schermo che tentate di raggiungere, sempre con il fiatone, battendo tasti e scorrendo simil topi di plastica? La vostra immagine di nuclei indifesi abbandonati nel potere trasversale della comunicazione virtuale, non vi preoccupa nemmeno un po’?

La mancanza di elaborazione dei dati che producete e che ricevete, l’estrema velocità di ciò che fruite in attesa di altre fruizioni fino alla stanchezza isterica e adrenalinica informatica; la mancanza di riflessione nel fruire della musica, inflazionata dal peer to peer compulsivo, le scorciatoie, la riduzione del pensiero a citazionismo, il wikipedismo, il galateo talvolta insopportabile della rete, degli sms, le cortesie formali dei messaggi di testo in serie.
Tutto ciò, non vi crea un vuoto attorno che mano a mano non sapete più come riempire perché state lentamente perdendo l’allenamento, se mai lo avete avuto, a riflettere?

Ma ancor di più, e oltre tutto ciò, oltre il web pervasivo, l’alienazione 2.0, lo stress della vita moderna e gli slogan: non vi crea una fottutissima paranoia l’idea DI NON AVERE TEMPO, di non avere mai il tempo che vi serve, la calma per la digestione mentale dei mille stimoli, dei vacui input e dei corposi concetti che ogni giorno affrontate???

ci vuole un rutto, un rutto dell’anima per digerire il lautissimo pasto, pieno di conservanti chimici e divorato in fretta, con un appetito che dopo la sua soddisfazione vede in tempi brevissimi il ritorno della fame.

Le scarpe di Bush e il situazionismo democratico

lunedì, dicembre 15th, 2008

(foto Afp tratta da corriere.it)

Bizzarro episodio, incredibile protesta. Questa la definizione mainstream sulla protesta fatta dal giornalista irakeno Muntazer al-Zaidi del canale tv «Al-Baghdadia», durante la conferenza stampa del presidente Usa George Bush nella capitale irakena.

La televisione mediorientale, curiosamente ma non troppo, chiede a gran voce il rilascio del vivace reporter, che rischia anni di carcere, invocando la difesa della liberà d’espressione, proprio quel bene primario e prezioso, nella prospettiva di quella Tv, che gli Usa e l’occidente avrebbero voluto importare in Irak.

Ma diciamocela tutta, Diciamocela tutta: chi di noi non ha solidarizzato in fondo al cuor suo con Muntazer? Il giornalista irakeno ha rotto il frame, la cornice situazionale della conferenza stampa. Di più, la cornice di una conferenza stampa anestetizzata più del normale, dato il luogo, Baghdad, e i protagonisti (un presidente Usa ancora in carica solo formalmente, un presidente irakeno che in carica solo formalmente è forse fin dal momento della sua formale elezione).

Atto comunicativo intriso di codici culturali, perché il lancio delle scarpe e quell’epiteto, “cane”, nella cultura araba hanno un significato negativo ben preciso e umiliante.
Atto politico, ovviamente. Atto etico, forse, perché richiama i giornalisti del mondo, seppur in modi “troppo esuberanti”, a scrollarsi di dosso le finzioni anestetizzanti del potere. E della forza.

Bush passerà alla storia come un presidente dai molteplici operati censurabili. Muntazer al-Zaidi passerà alla storia come colui che gli ha tirato le scarpe in faccia. Ma vi rendete conto di che potenza comunicativa ha avuto questo atto?
Muntazer ha incorporato e lanciato in avanti proprio il giudizio negativo che di Bush hanno in primis gli occidentali. Del giudizio negativo degli irakeni non parliamo, per rispetto delle tragedie altrui.
Quel lancio di scarpe dimostra che l’eccedenza della vita e del sentimento possono entrare dovunque. Anche nelle situazioni anestetizzate. Anche sulla faccia dell’uomo più potente del mondo. Il suo, quello di Muntazer, in questa ottica, è certamente un atto inconsapevole.

Ma passerà alla storia, perché ci sarà un prima e un dopo di quel lancio delle scarpe.
La rivincita dei poveri che non hanno altro che le scarpe da tirare. La rivincita dei giornalisti che si sentono offesi nella loro dignità dalle stronzate che spesso tocca loro ascoltare dal Potere, in ogni luogo e in ogni tempo.

Un atto democratico forse non lo è stato, perché la democrazia e la libertà di espressione non dovrebbero prevedere nessun tipo di violenza. Anche se questo è un dilemma che deleghiamo volentieri ai politologi e ai filosofi.
Ma seppur violento, quell’atto è stato il luogo dell’emergenza, dell’eccedenza. Un atto artistico, forse, anche se non lo diremmo in faccia al suo autore, che rischia il carcere.

Ma qui entra in gioco la separazione fra segno, interpretazione del segno e vita. Muntazer lo compatiamo per i guai che gli provocherà la sua impulsività politica, lo deprechiamo perché ha fatto una cosa “che non si fa”, “non a modo”, contro la non violenza, addirittura esaltante di una visione che potrebbe anche essere legata in modi indiretti al terrorismo.

Tutto questo è vero sul piano della vita reale. Ma sul piano dell’interpretazione, del segno che quell’atto è stato, ci troviamo qui a dissertare del valore comunicativo dell’esagerazione, del potere dell’eccedenza contro il Potere.
Della dinamica sempre viva fra Potere e repressione, da un lato, e fantasia e contestazione, dall’altro.
Del margine di azione politica che rimane anche nelle situazioni più complesse, anestetizzate o disperate.
Un insegnamento? Non certo quello di lanciare le scarpe al politico non gradito. Anche perché la logica del Potere potrebbe portare all’imposizione per i giornalisti di entrare scalzi in sala stampa.

Ma potremmo imparare che c’è sempre un margine di contestazione e di fantasia democratica anche nei momenti più ingessati. Situazionismo democratico. Questo potrebbe essere un insegnamento e, in embrione, un concetto su cui riflettere, su cui performare e in base al quale agire.

Le vie delle scarpe sono infinite. Meglio usarle per camminare che tirarle in faccia al primo venuto, però. Ma camminare occorre farlo sul serio.

Bere latte crudo? E’ un atto politico

giovedì, dicembre 11th, 2008


io bevo il latte crudo. Per me la Parmalat e la Tetrapak possono anche chiudere. Torniamo tutti contadini allevatori, altro che industria. Le vacche non delocalizzano
(Il Frullatore)

(nella foto rivieraoggi.it l’amministrazione comunale di San Benedetto del Tronto che, meritoriamente e come molti altri Comuni italiani, ha fatto un passo avanti materiale e simbolico verso una società più giusta, verso la tutela del nostro lavoro, dei nostri animali, delle nostre campagne, e della nostra salute: UN DISTRIBUTORE DI LATTE CRUDO DAVANTI AL MUNICIPIO, frequentatissimo fino a qualche giorno fa, ora un po’ meno, per colpa della paranoia mediatica scatenata dalle agenzie prezzolate dalle multinazionali del cartone, del trasporto, del latte chimico, degli Ordini dei Pediatri, delle case farmaceutiche, della grande distribuzione)

il latte crudo è buono e non fa male, al massimo al massimo vi fa sedere sulla tazza del cesso, se lo consumate un po’ oltre il limite naturale o se lo avete tenuto sotto il sole quando con la vostra bici tornate a casa dopo una pedalata di venti chilometri sotto il sole di agosto.

BERE LATTE CRUDO DAI DISTRIBUTORI ALLA SPINA E’ UN ATTO POLITICO, teniamo duro

e tenete duro anche voi, Comuni italiani

non sono grillino, però vedete un po’ il caro Paolo De Castro, ex ministro di Prodi, per quale sincero e umanitario motivo parla male del latte crudo…

http://www.youtube.com/watch?v=WhyjcDhdcHE

ma ci facci il piacere….

e poi
http://www.morfina.it/blog/?p=97

“fino a vent’anni fa nessuno era allergico al latte
http://crisis.blogosfere.it/2008/12/nuovo-spauracchio-il-latte-crudo.html

con tutta la merda che ci danno da mangiare e inalare…..ma ci facci il piacere…..

difendere gli allevatori italiani
http://www.meetup.com/Gruppo-Meetup-Amici-di-Beppe-Grillo-di-Brescia/boards/thread/5894510/

(ripeto, non per fare il grillino, ma su queste cose mi sembra che loro abbiano voci giuste e contenuti onesti intellettualmente)

SALUTI CRUDI A TUTTI QUELLI CHE NON CI STANNO
SIAMO TANTI, E FACCIAMO PAURA
MA DOBBIAMO TENERE DURO